CEA5Abbiamo fatto lo stesso sogno, stanotte…

 

Il mattatoio è una delle forme di mondo in cui viviamo. Puzza di inferno e sofferenza. E non ha gioia. Come certe vite dove non si viene scannati, ma la quotidianità è una sorta di piccola morte che torna e torna e torna. Con ripetitività inquietante. E l’assenza di una speranza che risparmi al domani nuove angosce e sofferenze. Un parallelo che corre sullo stesso binario del titolo del film della regista ungherese Ildikó Enyedi, Corpo e anima, vincitore dell’Orso d’oro all’ultimo festival di Berlino. Il fisico e la mente dei protagonisti rispecchiano l’aridità di un contesto nel quale è impossibile affrontare i giorni e saperli vivere. Il dramma di Endre e Mària è tutto in queste vite azzerate dove il sentimento non ha posto per ragioni quasi patologiche. E non è un caso se sarà proprio una psicologa in visita tra i dipendenti dell’azienda di macellazione a scoprire che i due compiono ripetutamente lo stesso sogno. Le affinità emergono dunque in quella dimensione onirica in cui essi sono due cervi liberi di vagare nella gelida foresta. Un habitat naturale che si sposa con quello interiore del direttore e dell’addetta alla certificazione di qualità delle carni prodotte dall’impianto. Il contesto morale e sentimentale è sorprendentemente identico a quel bosco invernale dove la neve sembra aver congelato i rapporti fra quei due amanti a quattro zampe, finalmente liberi di vivere il loro rapporto senza riserve né forme di vergogna come sarebbe nei desideri dell’uomo e della donna, incapaci di comunicare alla stessa stregua degli animali ma, diversamente da loro, tutt’altro che in grado di sentire e offrire amore.

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Il film è costruito su tre dimensioni alternate. La quotidanità. Il sogno. L’universo insondabile delle sensazioni. Endre e Mària non sono inseriti casualmente in un posto di lavoro. Il mattatoio è un luogo di morte e di assenza di sentimenti, compensati dagli sguardi pieni di umanità dei bovini ormai in procinto di essere uccisi. I due sono dotati della necessaria fredddezza che consente loro di sopravvivere in un ambiente freddo, a suo modo arido, quanto appunto sembra apparire il bosco dove si incontrano i due, sotto le mentite spoglie dei cervi, anch’essi fra le specie soggette a cacciagione. L’esistenza di ogni giorno si riflette dunque come in uno specchio in quegli incontri notturni che soltanto uno specialista aveva riportato alla fase di conoscenza consapevole. L’attrazione iniziale, sterile come lo spirito dei protagonisti, diventa insomma l’equazione fra corpo e anima di due personaggi poco inclini a fare i conti con la parte nascosta di se stessi che viene mostrata al pubblico in una sorta di metafora. L’uomo ha un braccio paralizzato, la donna è patologicamente frigida al punto che il medico le consiglia di proiettare video pornografici per sollecitare il desiderio, in un esperimento che lascia scoperte molte zone d’ombra. Il mondo impenetrabile delle emozioni viene scandagliato nelle sue complesse sfaccettature e resta destinato a non risolversi. Il rapporto sessuale nel quale sfocia la sofferta relazione tra i due è una dimostrazione di sconfitta. Entrambi non hanno alcun tipo di pulsione e l’atto si trasforma in una dinamica meccanica impersonale e asettica.

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Corpo e anima è un film studiato nei particolari e nei dettagli. Un’attrice professionista, Alexandra Borbely, nei panni di Mària accanto a un esordiente – Geza Morcsányi – che di mestiere fa ilrettore di un’importante casa editrice ungherese, ma al cinema non aveva mai recitato prima di ora. Lo stesso mattatoio non è una struttura statale ma un’azienda privatache ha imposto regole e restrizioni alla troupe nel rispetto degli animali. Resta comunque un luogo lugubre e desolante, di assoluta aridità e privo di qualsiasi risvolto che confini anche solo superficialmente con il sentimento. La scelta non è nata distrattamente. Quell’ambientazione surreale e sconvolgente era l’unica possibile a riprodurre il gelo interiore, l’aridità d’animo e l’incomunicabilità dell’amore talvolta comune sia a persone chiuse e introverse come la stessa regista che, in qualche risvolto dei personaggi ha riprodotto se stessa, sia invece a caratteri patologicamente sofferenti  come quello cui allude in più punti la fisionomia morale e etica di Mària.

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