man1Parlando di se stessa allo specchio, Frances McDormand si è definita una “casalinga prestata al cinema”. Eppure in questa veste di damina non ha convinto nessuno. Lei, Oscar come miglior attrice per Fargo scritto dal marito Joel Coen e più vicina a Sigourney Weaver – altro epigono di mascolinità in gonnella – che a Julia Roberts, si trova più a suo agio con i camperos di John Wayne che con le ballerine della Bardot anni Sessanta. Quando era appena nata, ma tanto bastava già per farle accapponare la pelle. Se ci fossero ancora dubbi su un maschiaccio che sta meravigliosamente bene sul set di un film in cui le donne c’entrano, ma fino a un certo punto, non occorre stupirsi se i pantaloni li indossa proprio la signora Coen – con un bimbo paraguaiano adottato da un decina d’anni – agile di mano e svelta con le bombe e un catorcio di macchina a scarrozzarla su e giù per le strade del Missouri a caccia di un assassino. Tra una partita a biliardo e una bandana a coprirle la fronte. Altro che Suv da radical chic e Porsche cayenne da mogliettine snob. La “casalinga prestata al cinema” usa un linguaggio sbrigativo e senza troppe perifrasi, stile cowgirl del Midwest e soprattutto maneggia bombe e candelotti con una disinvoltura maggiore rispetto a trucchi e belletti. Nemmeno il fuoco la impaurisce perché, in fondo, basta spegnerlo se ce n’è necessità. Ovvero quasi mai. Meglio allora incoraggiarlo e lasciarsi alle spalle una scia di cenere. Zero rimpianti. Un’alzata di spalle e una bestemmia rauca.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh è la storia di quella donna che volle farsi casalinga ma non ci è riuscita. È riuscita invece a conquistare il rispetto di un paese dove la retorica convenzionale della giustizia paludata non arriva a offrire la consolazione a chi si è vista portare via una figlia, violentata e uccisa dal solito bruto, coperto dall’impunità di una mancanza di prove, mai sufficientemente capace di allontanare il calice della sospirata vendetta. Sola, senza più un marito, scappato con la teeenager di passaggio, un figlio fin troppo bambascione e un carattere da vendere al miglior offerente, la protagonista attraversa i vari stadi della rivolta. Acquista tre manifesti stradali per comunicare a tutti la propria incapacità a sopportare ulteriormente, quindi passa alle vie di fatto. E poco le importa se l’uomo da cui dipende l’indagine non può più far molto, a causa di un cancro che lo sta divorando pezzo dopo pezzo. I tempi del male non sono quelli degli uomini. E una ragazzina ha già trovato la morte mentre il solito esibizionista si vanta di averla uccisa. L’ora del verdetto scocca implacabile e poco importa se saranno tutti a pagare, ognuno la sua piccola grande parte di responsabilità che Frances Mc Dormand passerà ad esigere senza fare sconti. Al poliziotto dai gusti gay, come al nuovo sceriffo nero che eredita un comando con tante ombre e poche luci. E infine a tutto il paese – Ebbing, Missouri – che aveva già dimenticato quella sua figlia divorata dai violenti.

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Il film ha un finale aperto che profuma di una rivalsa tutta da consumare e di una giustizia da celebrare. Il thriller si trasforma di un road movie del quale si gettano le premesse ma non si tirano le fila. Ognuno è libero di aggiungerne di proprie in base agli elementi raccolti fino alla fine. E poco conta se quei tre manifesti a bordo strada di un itinerario poco frequentato si riveleranno sufficienti a risvegliare rigurgiti di equità o insufficienti a soddisfare il senso di punizione tanto desiderato e, in fondo, mai ottenuto. L’anti eroina di quel villaggio, precipitato all’improvviso nella soggezione passiva a un delinquente, risveglia l’orgoglio e il puntiglio di chi non si arrende. E non sarà certo ciò a cui giungerà a rendere condivisibili o esecrabili le azioni intraprese. Conta, piuttosto, il non essersi piegati a strumento di un malvivente. A non lasciare che l’ingiustizia trionfi nell’assoluto disinteresse mascherato da risultati irraggiungibili. E nulla cambia se a sopportare un torto sta una fisionomia diversa. Laggiù nel Missouri e quassù in Occidente i crimini vanno puniti. Dov’è allora il discrimine fra la giustizia fatta in casa nel Midwest americano e quella di tribunali verbosi e prolissi da Vecchio Continente se non nell’indomabile sete di verità che dovrebbe animare gli uni come gli altri. Intanto Tre manifesti a Ebbing, Missouri si è fatto onore ai Golden Globe dove si è portato a casa quattro statuette: miglior film, miglior attrice, miglior attore non protagonista e sceneggiatura. Almeno il grande schermo soddisfa la rabbia verso i crimini impuniti.

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