soldi1Mio nipote non è una ragione sufficiente per separarmi dal mio patrimonio.

 

Il 1973 fu depressione. La crisi petrolifera che aveva acceso le prime domeniche con le targhe alterne si innestava sulla svalutazione del dollaro avvenuta a metà febbraio. Un taglio dell’11 per cento per ridare fiato a un’economia americana in asfissia. Eppure la benzina in Italia costava meno di 300 lire al litro e il biglietto del tram solo settanta. Erano gli anni di un terrorismo che stava per nascere e dell’Anonima che spadroneggiava. Ma solo nei suoi confini. Fu proprio con il rapimento di Paul Getty III, il 10 luglio, che la ‘ndrangheta aveva ufficialmente “espatriato”. Era arrivata fino nel centro di Roma e, con un camioncino oggi rifiutato perfino dai beduini, sequestrarono il rampollo della schiatta più ricca del mondo. I Getty appunto. Quelli che gestivano il commercio del petrolio a livello internazionale e facevano i mecenati dell’arte. Il nonno viveva tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, la nuora si accontentava di una boutique in piazza di Spagna e il nipote vendeva braccialetti a piazza Navona, ma girava vestito alla moda. Pantaloni a zampa d’elefante e giubbotti attillati. Zero camicie e tanta voglia di godersela. Quando venne rapito, il vecchio Paul rifiutò di sganciare anche un solo centesimo. “Ho 14 nipoti, se pago un cent, avrò 14 nipoti sequestrati“. Erano il risultato di cinque matrimoni, tutti finiti male. E così il patriarca imparò che la ricchezza non si sposa né con le donne né con l’amore. Poi un orecchio tagliato giunse nella redazione del “Tempo”. E il satrapo slacciò i cordoni della borsa, non senza ricattare la nuora, da tempo divisa dal figlio inetto. La classe dei ricchi era stata squarciata. Dilaniata. Morsicata. Quando i rapitori presentarono la prima richiesta di riscatto, nessuno diede loro retta. Tutti pensarono a una macchinazione del piccolo Getty per estorcere al nonno i soldi per spassarsela con gli amici. Anche a questo servì quell’orecchio mozzato con la brutalità selvaggia dei primitivi. Il sequestro durò cinque mesi, fino a metà dicembre, quando una serie di borse con un miliardo e 700 milioni presero la strada della Calabria. Oggi non sono passati cinquant’anni ma quel mondo è finito da un pezzo. Nessun Paul Getty può più essere rapito, nessun riscatto può più essere pagato.

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Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott – padre del GladiatoreThelma e Louise ma più recentemente di Exodus e The counselor - è solo all’apparenza un film su Paul Getty e la storia di un rapimento che ha fatto epoca. Chi volesse vederlo in questa prospettiva rischia di perderne il senso sottile, in primo luogo perché il regista è per sua natura incline a travisare la realtà, evitando di copiare la cronaca per immagini. Lo ha già fatto in passato, proprio con Il Gladiatore attirando le ire dei puristi e di larga parte degli storici, si è ripetuto anche in questa circostanza. Nel rapimento di Paul Getty restò estranea la componente terroristica alla quale invece Scott allude. La liberazione del prigioniero è decisamente più romanzata e articolata di quanto effettivamente avvenne. Nessuna caccia all’uomo delle forze dell’ordine e nessun tentativo di uccidere il ragazzo – all’epoca diciassettenne – da parte dell’Anonima. Al limite del goffo il conteggio del denaro da parte delle maestranze della ‘ndrangheta, davvero poco credibile se non nella mente fantasiosa di un suddito di Sua Maestà. L’elenco delle discrepanze potrebbe continuare con il tentativo di incendio e la prima fuga di Getty mentre i banditi ballano la tarantella e non si accorgono che il recluso non è più dietro le sbarre. Insomma, tutto ciò che fa spettacolo, ma non cronaca. E Tutti i soldi del mondo è davvero grande cinema, sotto questo aspetto. Il ritmo è alto dall’inizio alla fine, senza alzare troppo i battiti cardiaci. I colori si intonano alle fasi descritte. Cupi nei contorni del sequestro e negli ambienti della ricchezza come nelle notti frivole della Capitale, a fare da contrasto ai bagliori del nulla. Alle luci dell’ufficialità che non conosce i canali sotterranei e subliminali delle trattative nascoste, lontane dai raggi del sole che illuminano l’intuito del magnate al momento di comprare i terreni desertici, da dove verrà estratto il greggio. Intuito e intelligenza imprenditoriale che, nella loro brillantezza, fanno risaltare la grettezza e l’avidità di un uomo che ha accumulato ricchezze con l’unico pregio di aver contribuito alla formazione di una collezione d’arte e di immagini fotografiche fra le più prestigiose al mondo. E non per altro è rappresentato prevalentemente nel buio delle sue stanze. Lussuose ma lontane dai riflettori.

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Ridley Scott dà testimonianza di tutto questo dando rilievo anche alle città e agli ambienti. Roma e l’italianità acquisiscono uno spessore apprezzato soprattutto da chi vede il film in versione originale, distinguendo i dialoghi italiani da quelli inglesi, a marcare chiaramente i diversi ambiti che di fatto coincidono con quelli della vita notturna e dei banditi rispetto a quella delle stanze del vecchio Getty. Una distinzione che non è certo relativa al merito dei due ambiti linguistici e sociali perché entrambi – nelle loro diversità – rappresentano il peggio. Da un lato il mondo criminale che ricorre al sequestro e alla mutilazione fisica per costringere la resa del ricco. Dall’altro quest’ultimo che, a fronte del suo patrimonio, mostra la carenza di affetto e la totale avidità che lo rende un uomo spudorato, insensibile e incapace di nutrire qualsiasi sentimento se non verso l’accumulo progressivo del denaro, sublimato nella “vendita” del malloppo per pagare il riscatto condizionato alla rinuncia della nuora alla tutela del figlio. Tradotto, l’allontanamento di una qualsiasi pretendente alle sue sostanze. In comune fra questi due mondi – divisi dal doppio idioma italiano e inglese –  sta il fulcro di ciò che Scott ha voluto rappresentare e raccontare. La fame di ricchezza e l’incapacità di un uomo a separarsi dai suoi soldi. Un meccanismo psicologico patologico che contraddistingue il vecchio Getty, simbolo di un mondo che sorprendentemente trova riscontro nella brutale mutilazione del ragazzo sequestrato. In entrambi i casi il fine è sottrarre fette di patrimonio, in un caso sottolineando il morboso attaccamento al denaro di un uomo insaziabile e nell’altro mostrando la sfida anche da un versante sociale. Per la prima volta la ‘ndrangheta aveva attaccato i ricchi, non aveva privato i poveri delle loro smunte possibilità ma ne aveva dato fiato. Allo stesso tempo, questi due modelli avevano mostrato limiti e intuizioni. Getty con il suo rifiuto aprì la strada a una politica che, negli anni, avrebbe portato alla costruzione di un apparato legislativo che oggi rende impossibile il pagamento di un riscatto, con la conseguenza di rendere inutile anche lo stesso sequestro di persona. Dall’altro l’Anonima aveva portato il colpo direttamente al cuore dello Stato e del sistema capitalistico. Era uscita dalle proprie terre e aveva toccato sul nervo vitale la faccia apparentemente onesta di una società deteriore quanto quella che aveva prodotto quegli aborti. Storia e misteri di un universo travolto dal meteorite delle proprie storture.

IL RETROSCENA - A differenza della licenza che spesso Scott si prende nel raccontare fatti discostandosi dalla Storia, è molto attenta la ricostruzione degli ambienti e dei personaggi. Abigail Getty, la madre di Paul Getty III, è interpretata da Michelle Williams – già apprezzata in The greatest showman di Michael Gracey, Manchester by the sea di Kenneth Lonergan e Suite francese di Saul Dibb – che si è sottoposta a un attentissimo lavoro per assomigliare a un personaggio, del quale sono rimaste pochissime tracce. Non è stato semplice studiare le movenze, le abitudini e il carattere di una donna intelligente, dissoltasi nel tempo e svanita quasi del tutto. Un destino analogo ha colpito il protagonista maschile. Nei panni del vecchio Getty doveva recitare Kevin Spacey, per il quale era stato studiato un trucco particolare e una protesi per assomigliare meglio al magnate. La vita ha incrociato il cammino della Settima Arte e dall’impatto sono uscite le accuse di molestie omosessuali addebitate a Spacey. Il regista, volendo evitare che il film ricadesse sotto letture interpretative mai nemmeno immaginate, ha deciso di sostituire l’attore discusso, accelerando le riprese dell’ultimo mese per rifare con Christopher Plummer – già noto per Remember di Atom Egoyan, Syriana di Stephen Gaghan e A beautiful mind di Ron Howard –  quelle precedentemente girate con Spacey. Ma l’onore, almeno, era salvo.

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