nome3Non ha senso rinunciare a provare qualcosa per la paura di provare qualcosa

 

Era l’estate del 1983, quella di “Lady lady lady” e di Flashdance. Tanta voglia di ballare con il cuore a mille e gli ormoni in un frullatore che non conosce soste. Crema non si affaccia sul mare, ma è lo stesso. Licenza cinematografica, perché il romanzo di Andrè Aciman da cui è tratto Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino – stesso titolo del libro – è invece ambientato in Liguria. Una storia nostrana e un pezzo d’Italia dove lo stupore per l’ascesa di Craxi e le perplessità dei governi pentapartito erano palpabili, ma Tangentopoli era ancora lontanissima. E lontanissima restava, in secondo piano, sui manifesti elettorali perennemente attaccati ai muri nei fotogrammi del Belpaese. Presenza discreta di una politica che rimane in sottofondo perché i protagonisti sono stranieri sia nella finzione sia nell’interpretazione dei ruoli. E se il cremasco Guadagnino si è tolto lo sfizio di girare un film nei dintorni di casa, dormendo nel proprio letto senza doversi accampare in albergo, l’inglese è la lingua originale del film, sceneggiato da James Ivory – noto per Casa Howard e Camera con vista – mentre larga parte degli attori sono francesi. Senza erre moscia e parole accentate sull’ultima vocale. Nessun americano, insomma, eccezion fatta per la famiglia che riveste il ruolo principale e lo studente, in soggiorno in Italia per approfondire la tesi di dottorato con il professore-archeologo che lo ospita nella sua residenza estiva. La trama in realtà è molto esile, perfino troppo, in relazione alle due ore e un quarto di durata complessiva. Una sfida a restare incollati alla poltrona, soprattutto nella prima parte, eccessivamente lenta nel prendere abbrivio e vuota come, in definitiva, si rivela poi l’intero film.

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Elio (Timothée Calamet) è un diciassettenne, imbevuto di cultura e musica, che trascorre l’estate nella villa italiana con i genitori e la compagnia della “fidanzata” Marzia (Esther Garrel, sorella minore del più noto Louis). All’improvviso arriva Oliver (Armie Hammer già visto in Animali notturni di Tom Ford) a sconvolgere la routine di casa Perlman. Affascina – intellettualmente – la madre e il padre, ma soprattutto ribalta l’equilibrio del ragazzo, che si scopre innamorato, bisessuale con un avvenire forse omosessuale. Insomma, un turbamento profondo che obnubila la sua mente oltre ai suoi sensi. La partenza dell’ospite segnerà la fine del flirt e della storia d’amore che non è passata inosservata al padre di Elio. La notizia del proprio matrimonio, comunicata da Oliver per telefono, porrà definitivamente fine a una relazione che ha messo in crisi l’animo del giovane. Non è quindi un film sull’omosessualità conclamata ma sui suoi primi segnali e nemmeno sulla doppia capacità di legarsi a persone di entrambi i sessi, quanto piuttosto è il tentativo di porre in risalto la violenza serena di un’esperienza inattesa, destinata a lasciare di sé un profondo ricordo senza altri riflessi. In questa prospettiva, almeno, sembra doversi interpretare il discorso conclusivo del professore a suo figlio dopo la partenza dello studente. “Potrei condannarti per quello che hai fatto ma non sono quel tipo di padre. Il dolore va gestito e curato. Se si prova a strapparlo dal petto, inevitabilmente si strapperebbe anche tutto il bello che c’è stato. La conseguenza sarà il dolore e la sofferenza, ma per ricordare il bene e ripensare al bello che si è avuto sotto una luce positiva, bisogna essere buoni con sé stessi”. La disponibilità a comprendere quel ragazzo fuori dai registri mostra la volontà del regista di porre l’accento sui sentimenti più che sull’oggettiva propensione sessuale di Elio. Tuttavia, se da un lato è encomiabile l’intenzione di quel genitore è assolutamente inverosimile il suo atteggiamento. Nessun padre è capace di spiegarsi l’omosessualità di un figlio. Anzi. Ne resta disilluso. Sconcertato. E il film di Guadagnino si presta in numerosi punti a trasmettere questa sensazione. Nella volgare bassezza di una pratica onanistica ad evidente immaginazione eterosessuale, come nell’inutile e insensibile scena del pesce agonizzante, tanto crudele e fine a se stessa perché senza di essa, il “capolavoro” di Guadagnino non cambierebbe il suo pur discutibile senso.

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Il film, secondo l’ambizione del suo autore, dovrebbe proporsi come una scatola di cioccolatini. Tenera. Una storia d’amore capace di addolcire lo spettatore e, al contempo, completare la trilogia composta da Io sono l’amoreA bigger splash. Certamente, Chiamami col tuo nome mostra una cura attenta e maniacale in molti dettagli. Lo studente legge Armance, romanzo di Stendhal dove una serie di fraintendimenti tiene separati i due amanti – Armance appunto e Octave – ma più che la trama conta la derivazione. Il libro è emanazione di Olivier ou le secret della duchessa Claire de Duras e tocca un tema scabroso. L’impotenza nell’opera letteraria è il corrispettivo di quella omo-bisessualità cinematografica di Oliver – nome, come si vede, comune – che attira nel suo vortice il giovane Elio. I due ragazzi sono poi visti passeggiare sotto un portico sul quale si affaccia un cinema che proietta Tootsie di Sidney Pollack – uscito nel 1982, un anno prima dell’ambientazione cronologica di Guadagnino – dove Dustin Hoffman si traveste da donna per trovare lavoro in televisione e, dopo il grande successo ottenuto, finisce intrappolato nel personaggio. Alla fine si svela per soddisfare il suo amore verso una collega attrice, proprio mentre finisce al centro delle attenzioni di un uomo che si innamora di lui, credendolo una donna. Il gioco ha più di qualche richiamo con la bisessualità di Elio, agitato dalla passione per Marzia che diventa entusiasmo per lo straniero Oliver. Il regista riesce infine a evitare il precipizio hot. Tuttavia lo sfiora. Chiamami col tuo nome è fortemente allusivo in molti punti, ma poco si vede di scabroso o respingente, a differenza del libro, dove i particolari sono molto più crudi ed espliciti. L’emozione dello spettatore resta però sempre soppressa e la tenerezza inseguita dall’autore rimane una frontiera irraggiungibile, anche se il film – finanziato con fondi americani oltre che francesi, italiani e brasiliani – è candidato a quattro Oscar (film, attore protagonista, canzone originale, sceneggiatura non originale). Dedicato a chi ama una pennichella al cinema.

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