par1La vita non ha un senso, ma talvolta occorre darglielo.

 

Il paradiso – storicamente parlando – ha il colore dell’illusione. E questa, di morte. In una doppia chiave, da un lato il tramonto dell’utopia e dall’altro la fine dell’uomo, inteso come essere umano. Il secondo conflitto mondiale ne ha offerto la testimonianza forse più limpida attraverso gli infiniti racconti che ne hanno trasmesso importanti frammenti. Il sogno di sottrarsi a un destino apocalittico era una forma di paradiso, alla stessa stregua di chi invece vedeva nello sterminio globale la riuscita di un disegno politico che avrebbe condotto a un sistema politico senza oppositori. La rivoluzione bolscevica che trasformò la Russia in Unione Sovietica avrebbe dovuto nascere in quel Paese per poi estendersi al mondo intero. Sullo stesso modello, il nazismo avrebbe dovuto “germanizzare” l’intera Europa ed estendersi anche al Nuovo Continente. Paradisi opposti che non si realizzarono mai ma vennero allo scontro diretto proprio per la loro contemporanea visione planetaria. E Paradise di Andrei Konchalovsky li mette coraggiosamente e spudoratamente a confronto lasciando a un triplice racconto il compito di spiegare l’aborto di un’ambizione. Il cammino verso la morte. L’insuccesso. La prevaricazione delle altrui vite. La violenza aprioristica che faceva della razza o di una nuova forma di economia collettiva l’obiettivo da raggiungere ed esportare. E i protagonisti di questo film – nel 2016 valso a Andrei Konchalovsky il Leone d’argento per la regia alla Mostra del cinema di Venezia – sono tre personaggi diversissimi per origini e ruoli che rivelano la “loro” guerra. Nondimeno la loro fine. Jules, funzionario collaborazionista francese, Olga, aristocratica russa trapiantata a Parigi e Helmut, ufficiale delle SS nato in una famiglia nobile, incrociano le loro esistenze rievocando la guerra dalle loro differenti prospettive.

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Il tema della testimonianza è il fulcro sul quale il regista costruisce l’opera, in bianco e nero e in formato 1:33, cioè quadrato, secondo la maniera cinematografica di oltre mezzo secolo fa. Ma soprattutto l’inquadratura con i tre volti rivolti direttamente alla macchina da presa, cioè allo spettatore, al quale narrano in forma di confessione la loro esistenza. L’asettica cornice che ricorda una sorta di parlatorio del carcere si alterna con le scene che accompagnano i racconti dei protagonisti, mostrandoli invece nel contesto a cui si riferiscono parole e immagini. Triplice anche la ripartizione linguistica – nella versione originale Jules parla francese, Olga in russo e Helmut in tedesco – che accentua ulteriormente provenienze e prospettive. Il primo è un funzionario sposato con un figlio e patteggia un rapporto sessuale con Olga per salvarla dalle torture con cui si vuole estorcere la confessione della donna, arrestata per essere stata scoperta a nascondere bambini ebrei nella propria casa. La versione contraria della donna non basta e la sua offerta di sé trova un entusiasta nel destinatario, affascinato dallo charme della signora. Ma i sicari anticiperanno la gioia del pasto sensuale, uccidendolo davanti al figlio prima di giungere alla consumazione. Olga resta dunque ad aspettarlo, ma l’incontro declina proprio quando il caso la mette di fronte a un vecchio amico di gioventù, un tedesco dal sangue blu che si era innamorato perdutamente di lei, poi finita nelle braccia di un altro. Ritrovarsi in un campo di concentramento nelle vesti della perseguitata e del controllore dei persecutori equivale a ridare fiato a una passione mai spenta. La progettata fuga, con tanto di documenti nuovi di zecca, non avviene. Il paradiso dei tre protagonisti si trasforma in un inferno in cui il senso della vita e della sopravvivenza si perde. Sia Helmut sia Olga si rassegnano al sacrificio di se stessi.

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Il film di Konchalovsky – eccellente quanto poderoso e consigliabile soprattutto in versione originale sottotitolata, per non perdere la distinzione linguistica che altrimenti si appiattirebbe del tutto – ha l’ambizione di dar valore al ricordo. Non è tanto la Shoah a occupare il centro del racconto, ma il male dimenticato che diventa più pericoloso quando lo si tace. Anche in questa chiave la testimonianza assume uno spessore irrinunciabile e spiega il motivo di quegli sguardi diretti al pubblico come se si trattasse di una confessione. Secondo il pensiero del filosofo Karl Jaspers è proprio la diffusione della memoria a evitare il ripetersi e consolidarsi della malvagità. L’appello a non dimenticare la verità, per quanto sconfortante e orrenda, preserva dagli errori del passato e solo in questa chiave il film si giustifica con la Giornata della Memoria dedicata a non sotterrare l’Olocausto e quanto di terribile avvenne. Il paradiso sognato dai totalitarismi era destinato a rivelarsi irraggiungibile e il mondo cambiava parallelamente al tramonto di quell’eden che anche per i personaggi di Konchalovsky e per i milioni di loro, realmente vissuti, risultava altrettanto irraggiungibile.

IL RETROSCENA - Il regista si è avvalso della collaborazione di un nutrito gruppo di storici, specializzati nel periodo della seconda guerra mondiale e in particolare dell’occupazione della Francia, della Resistenza transalpina, dell’organizzazione dei campi di concentramento, la vita dei detenuti, l’ideologia nazista e l’assetto militare della Germania. Nulla insomma è lasciato al caso, nemmeno il ritaglio in cui Olga e Helmut trascorrono una breve vacanza in Toscana e si ascolta il motivo “Parlami d’amore Mariù”, pensato per il cinema e portato al successo da Vittorio De Sica ne Gli uomini che mascalzoni di Mario Camerini. I tempi combaciano di un paio d’anni. Il motivetto, poi divenuto celebre risale al 1932 mentre l’allegra comitiva trascorre qualche giornata di svago nel 1934, ancora in tempo di pace. Oltre al lavoro dei consulenti, la squadra di Konchalovsky ha anche visionato materiali dell’epoca e immagini d’archivio, molte delle quali sono state incluse anche nei fotogrammi del film.

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