down1La cosa meravigliosa di essere piccoli? È che si diventa ricchi

 

 

Il giorno che Paul decise di diventare piccolo, sua moglie si dichiarò entusiasta. Acconsentì al processo di rimpicciolimento, ma all’ultimo momento decise di restare quella che era sempre stata. “Perdonami. Non ce l’ho fatta”. E Paul si ritrovò ridotto di taglia – diciamo una quindicina di centimetri – e divorziato. Causa ed effetto non sono in correlazione, diciamolo. Lo spirito è ben altro e il processo di riduzione dell’essere umano non è certo quello di rompere il matrimonio, ma di risolvere un problema ben maggiore. Planetario, addirittura. Secondo studiosi norvegesi, un’umanità rimpicciolita darebbe un’immediata risposta positiva al sovraffollamento della terra, ma i vantaggi si spingerebbero molto oltre. Moltiplicazione dello spazio e del lavoro. Possibilità di realizzare desideri e risparmiare su alti costi. Insomma il sogno dei sogni. Quello che non ha prezzo ma comincia subito male. La voglia di cambiar vita inizia con il ritrovarsi senza più moglie ma – quel che è peggio – in un’esistenza con gli stessi problemi della taglia naturale. Allora addio guadagno. Downsizing di Alexander Payne è un film dalle molte ombre e poche luci. Una sorpresa pensando che il regista – lo stesso al quale si deve un capolavoro come Nebraska, un’eccellenza come Sideways e un ottimo film come A proposito di Schmidt – deve essersi perso anch’egli nell’operazione. Lui. E pure questo suo ultimo lavoro che perde completamente di vista lo scopo di offrire allo spettatore una prospettiva diversa e nitida tra i lillipuziani del Duemila e i normo-misurati. Mister Payne, abilissimo nel descrivere la provincia americana con pregi e difetti dei suoi connazionali, frugando tra le pieghe di storie e personaggi di grande fascino e suggestione, dimentica completamente il punto di partenza del suo racconto. Così Paul (Matt Damon), al centro dell’esperimento, una volta raggiunta la sua nuova dimensione, per il resto del film assomiglia a un uomo dall’altezza consueta. Non è ridimensionato e tanto meno si percepiscono le differenze del mondo miniaturizzato rispetto all’altro.

DOWNSIZING

Addio fantascienza, dunque, ma peccato che tutto nasca proprio da lì. Da quello studio norvegese poi tradito dalla dinamica di una narrazione discutibile. La parte più massiccia riguarda invece questa nuova forma di esistenza che porta Paul a incontrare il playboy in scala (Christoph Waltz, premio Oscar già noto per Carnage di Roman Polanski, Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, Big eyes di Tim Burton  e perfino Spectre di Sam Mendes) a casa del quale conosce la donna alla quale si legherà, una dissidente vietnamita, rifugiata e disabile, anch’essa rimpicciolita ed esiliata dalla propria nazione. Le sequenze diventano sconcertanti ma soprattutto si giunge alla conclusione che anche il mondo rimpicciolito è lontanissimo da quella frontiera utopica e utopistica da paradiso, dove tutto si risolve soltanto diminuendo le proporzioni. In mezzo c’è tanta, tantissima carne al fuoco che va dal già accennato sovraffollamento ai rifiuti fino al riscaldamento globale. Dalla crisi ai diritti umani. Dalla povertà all’attivismo politico, entrambe sintetizzate nella figura della dissidente finita a fare le pulizie in casa del casanova di bassa statura. Downsizing ha il sapore di un piatto troppo ricco per essere gustato appieno e soprattutto il profumo di una promessa non mantenuta. È certo che il regista ha lanciato una sfida a se stesso provando a cimentarsi su un terreno diverso da quello dove cammina solitamente, ma è altrettanto certo che la scommessa non è stata vinta. Il film si appiattisce a ogni scena sempre più, allontanandosi dalle premesse che rappresentavano invece la specificità e il valore di originalità del film in se stesso. Lo sforzo richiesto allo spettatore non è irrisorio considerando che se i protagonisti si rimpiccioliscono, la durata va esattamente in direzione contraria e raggiunge le due ore e un quarto. Peccato. Payne gira un film ogni tre anni. Per il riscatto di un regista che non meritava di scivolare in questo modo, ora bisogna attendere gli anni Venti. A meno che non si rimpicciolisca anche l’attesa per un film che riscatti i chiaroscuri di Downsizing.

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