MAD9Che cosa ci faccio io qui…

 

Un uomo malmesso con il lavoro, la compagna e perfino se stesso. Come se non bastasse, pur senza accorgersene, aveva problemi anche con gli amici del cuore. Colleghi con i quali divideva giorni di insoddisfazione e serate di svago a caccia di qualcosa che allontanasse i problemi. Insomma, uno stereotipo abbastanza diffuso che si riflette in Made in Italy, l’ultimo film di Luciano Ligabue, già alla regia con RadiofrecciaDa zero a dieci. L’opera costituisce una parte della composita attività di un cantautore, agile con la penna in chiave letteraria – l’artista di Correggio è autore anche di romanzi (La neve se ne frega), poesie (Lettere d’amore nel frigo) e racconti (Scusate il disordine) – e si propone come una dichiarazione d’amore all’Italia. Purtroppo, però, assomiglia a tanti, tantissimi altri titoli incontrati sul grande schermo che rendono il cinema italiano un ritornello già conosciuto. Riko (Stefano Accorsi) lavora in una fabbrica di insaccati ed è sposato a Sara (Kasia Smutniak), una parrucchiera con la quale i rapporti sono ormai ridotti al lumicino. Ha anche un figlio e problemi relativi al mantenimento della casa di famiglia che è costretto a vendere contro la propria volontà. Si accompagna a un amico, malato di ludopatia, e a un collega dal carattere opposto. Siccome piove sempre sul bagnato, scopre i tradimenti della moglie senza poter però reagire visto che lui stesso non è un santerello. Insomma va tutto a rotoli. Verrà a sapere infatti che il giocatore incallito è l’amante della sua compagna poco prima che questi – oppresso dal suo stesso vizio – si tolga la vita. Quando sembra che tutto abbia preso una china irreversibile, arriva l’inversione. Con Sara giunge a un chiarimento rappacificatore mentre sul lavoro perde il posto dopo essere venuto alle mani con un collega che aveva insultato il suicida, al quale – nonostante tutto – Riko era ancora affezionato. Rimasto senza impiego, dopo aver sfiorato la depressione, si convince ad emigrare per salvare se stesso, il matrimonio e la sua casa. Lieto fine dunque, dopo quasi due ore in apnea in una commedia girata come un compito in classe, sufficiente ma non brillante, proprio per la mancata creatività che in questo caso ha lasciato anche un fuoriclasse come Ligabue a corto d’idee.

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A stupire sono proprio l’omologazione e l’uniformità che non sono il difetto del cantautore emiliano ma il tratto comune di un cinema sempre più raramente capace di affrontare temi diversi e riscattarsi dalle afflizioni del singolo come effetto di una crisi non soltanto economica ma anche di valori e di vita. Il cinema deve saper uscire dal binario della cronaca anche quando questa sfocia nei risvolti sociali e come lo hanno saputo fare Francia, Stati Uniti e persino nazioni che appartengono al terzo mondo della Settima Arte, dovrebbe diventare prerogativa anche dell’Italia, inspiegabilmente a secco di intuizioni. Eppure qualche segnale c’è perché nell’anno appena concluso alcuni titoli che si sono staccati da questo inflazionato filone ce ne sono stati. E se Ammore e malavita dei Manetti bros resta un esempio apprezzato proprio perché fuori dagli schemi di tante commedie ripetitive e ormai poco significative, la strada andrebbe forse seguita con maggior convinzione. Servono insomma soggetti, sceneggiature e idee che escano dal labirinto di tematiche affini a troppi anni di cinema italiano recente. Se lo sanno fare tutti… Buona infine la colonna sonora targata Ligabue anche se, pure in questo caso, da “Certe notti” a “Urlando contro il cielo” il cantautore ci ha abituato a brani migliori.

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