A CASA TUTTI BENE - REGIA DI GABRIELE MUCCINOStaranno anche tutti bene, ma così non sembra. E se la famiglia esemplare è quella di Pietro e Alba, attempati coniugi che festeggiano le nozze d’oro, siamo rovinati. L’idea di celebrare i 50 anni di mai appassiti fiori d’arancio diventa una maschera che cade davanti alle ipocrisie di tre generazioni. Storia di finti sorrisi e baci di Giuda, accanto a baci veri e schioccanti, tanto prorompenti quanto clandestini. Vite che si intrecciano e si scontrano perché la combriccola, allargata anche a ex mogli ed ex mariti, finisce ostaggio del mare grosso che impedisce – a fine giornata – il rientro alle rispettive case. Convivere sotto lo stesso seppur affascinante tetto di una splendida villa a Ischia fa scoppiare anche le coppie già scoppiate. Perché al peggio non c’è mai fine e il lato più scadente di un uomo e una donna vanno sempre oltre ogni immaginazione. A casa tutti bene, ultimo “capolavoro” di Gabriele Muccino, è un frullatore di legami di parentela in cui perderebbe la bussola anche il più navigato timoniere. Si litiga e si arriva anche alle mani, al punto che la partenza diventa finalmente liberatoria pure per il pubblico. Il regista ha voluto dimostrare che le apparenze nascondono spesso una sostanza di infelicità diffusa e lo sforzo per celare le crepe alla lunga risulta vano. Tuttavia, mette insieme una squadra di attori prestigiosi, ma il cuore non riesce a battere. Stefano Accorsi, come al solito, rimorchia la cugina, la più carina del gruppo (Elena Cucci), benché sposata con figlia al seguito ma si lascia stanare, facendo una figuraccia. Il fratello Carlo (Pierfrancesco Favino) è un uomo conteso tra la prima (Valeria Solarino) e la seconda moglie (Carolina Crescentini), alla quale mette le mani addosso in uno scatto d’ira, poi cerca di riagganciare la prima, tornando con la seconda per finire scaricato da quest’ultima che, sulla via di casa, gli confessa di avere una relazione con un altro uomo. Riccardo (Gianmarco Tognazzi) è lo scapestrato del gruppo. Aspetta un figlio da Luana (Giulia Michelini) ma è pieno di debiti. Cerca un lavoro in famiglia ma gli vengono chiuse porte in faccia a ripetizione perché inaffidabile. Finché la moglie esplode e mette a nudo tutte le falsità di una famiglia apparentemente per bene. Massimo Ghini (Sandro) è stato abbandonato dalla salute mentale ed è l’ombra di un uomo nelle mani stanche di Claudia Gerini (Beatrice), l’unica a realizzare un palpito di emozione quando le crollano i nervi. Sabrina Impacciatore (Sara) è la moglie ignara e cornificata di Giampaolo Morelli (Diego) che conta le ore e fatica a dominare l’ira per correre a Parigi dove ufficialmente lo aspetta un importante incontro di lavoro, ma in realtà vuole correre fra le braccia dell’amante. Insomma un pandemonio in cui un ruolo oscuro lo rivestono gli ormoni, che entrano in circuito fra adulti e ragazzi senza distinzioni. E le pulsioni irresistibili di Accorsi e Morelli “si sposano” quelle legittime della figlia del primo matrimonio di Carlo che era venuta con un amico alla festa di famiglia e finisce per ritrovarsi sotto le sue lenzuola.

AC1La litania potrebbe continuare, ma il lettore – alla stessa stregua dello spettatore – rischia di invocare pietà. È la cronistoria del disastroso fallimento di Stefania Sandrelli (Alba), una donna matriarcale, attaccata alle sue radici e alla sua prole con relative propaggini e di Ivano Marescotti (Pietro), cresciuto orfano e quindi privo di ogni sensibilità verso i legami familiari. Gli elementi per creare un film di raffinata sensibilità ci sono tutti, invece ne esce un feuilleton che assomiglia a un fotoromanzo, in cui non ci si commuove né ci si arrabbia. Eppure dispiace. Perché in scena ci sono talenti, ai quali è impossibile dimostrare il proprio valore. L’alto numero lascia in scena ognuno di loro per pochi minuti, alternati a vicende parallele con il comune denominatore dello sfascio. Non c’è nulla che resista e ognuno dei partecipanti alla festa di nozze finisce per ritrovarsi sconfitto da se stesso, le proprie bugie o il relativo convivente. Totalmente illogica l’assegnazione dei ruoli che non rispetta una coerenza anagrafica. Sandra Milo, 85 anni, è la sorella di Ivano Marescotti che ne ha 71. Stefano Accorsi, 47 anni, s’innamora della cugina – 34 anni – con la quale, nella finzione, avrebbe avuto un flirt di gioventù. Claudia Gerini, 46 anni, è la moglie di Ghini che invece ne ha 64. Anche qui l’elenco potrebbe continuare. Oggigiorno, si sa, il criterio dell’età è tutt’altro che inossidabile e nessuno guarda più alla carta d’identità, tanto meno quando c’è di mezzo il cuore. Però tutto ha un limite. Nella fattispecie spunta il sospetto di un casting alla carlona senza idee chiare sui ruoli da assegnare ai vari attori, considerando anche che il trucco è leggerissimo e i volti – come i corpi – sono il ritratto esatto dei rispettivi anni di ciascuno. Insomma, un disastro. Salviamo Gianmarco Tognazzi pianista. L’unico a regalare qualche gioia quando si siede a un pianoforte scordato e accenna a qualche canzone della musica leggera italiana d’antan. Dal Battisti di “Dieci ragazze” al Celentano di “Una carezza in un pugno”. Da “Margherita” di Cocciante a “Bella senz’anima”, tra i brani più belli e coinvolgenti del repertorio del suo autore e di quello più generale della musica popolare italiana. Peccato che venga interrotto sul più bello. Nel crescendo più intenso, con tutte le voci in coro. Perché sì, era meglio che tutti cantassero. Un’ora e tre quarti di film e zero congiuntivi indovinati. Assassinato anche l’italiano.

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