final3Visto di fronte hai un’espressione da delinquente, da destra sembri uno psicopatico. Insomma se ti guardo davanti ti manderei in galera, se ti osservo di lato ti porterei in manicomio…

 

L’ultimo ritratto è quello che non finisce mai o forse è un po’ il destino di tutta l’arte nelle sue declinazioni. Un tocco in più è troppo, uno in meno è l’incompiuto. Così accadeva per Alberto Giacometti, eternamente insoddisfatto delle sue pennellate come dell’effetto delle sue mani sulla materia da cui uscivano creature immaginarie dalla forma allungata e lo scheletro in metallo. Visi che spesso non lo soddisfacevano, ma attiravano il pubblico. Volti oblunghi che non ricordavano Modigliani, ma le tracce surrealiste di un passato giovanile, cancellato dall’esistenzialismo. E poi. Quante facce ha una faccia. Panorama privilegiato di un pittore, l’unico capace di scorgerne le spigolosità attraverso le pose dei suoi modelli. Final portrait di Stanley Tucci è la storia di un’ultima tela. Un’ultima posa. L’ultimo amico. Alberto Giacometti aveva conosciuto lo scrittore americano James Lord, così diverso da lui e ne era rimasto colpito. Così, semplicemente, gli chiese di fargli da modello. L’altro accettò, senza sapere che gli sarebbe costato un ostinato e ripetuto rinvio del volo che lo avrebbe riportato negli Stati Uniti e ignorando che tutto questo gli avrebbe regalato un’amicizia indelebile. Destinata a morire di lì a poco. Perché dopo la partenza di Lord per tornare fra braccia d’amore, Giacometti sarebbe venuto a mancare per un tumore allo stomaco. Era il 1966. Due anni prima lavorò a quel dipinto, di fatto mai concluso e dopo queste ultime pennellate ebbe il tempo per presiedere una mostra a lui dedicata dal Moma di New York. Il soggiorno parigino di Lord – scomparso nel 2009 – dove l’artista si era trasferito, fu lo spunto per la costruzione di due libri, uno dedicato a quell’ultimo ritratto e l’altro a una biografia del pennello italo-svizzero.

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Il film è lo specchio fedele di due anni di vita di Giacometti, uno degli artisti prediletti del regista, poco incline a biopic per la sua convinzione che nessuna vita possa essere sintetizzata e raccontata per immagini in un paio d’ore. Un punto di osservazione che spiega perché i tempi siano molto concentrati e Final portrait sia diviso per capitoli nelle varie giornate in cui Lord posò per il pittore, interpretato da Geoffrey Rush, già visto in Storia di una ladra di libri oltre al pluripremiato Il discorso del re di Tom Hooper. Ne nasce un film di uomini e donne. Atmosfere. Personaggi studiati e scavati con l’occhio attento dell’appassionato che riesce a ricostruire anche i caratteri dei protagonisti. Tucci offre un quadro preciso degli ambienti cari all’artista ricorrendo a quei colori che più spesso hanno fatto da impronta alle sue pennellate e alle sue sculture. Grigie come le poche stanze che abitava con una moglie devota, ma tradita oltre ogni limite tollerabile con una prostituta alla quale Giacometti non seppe mai rinunciare – né umanamente né fisicamente – e della quale mai fece mistero, al punto da ammetterla nella sua casa e nel suo atelier. Una presenza che si rivelò la scintilla di un’esistenza sempre più difficoltosa con la pur fedele moglie Annette (Sylvie Testud). Una vita modesta, fatta di poco o niente, perché Giacometti viveva in un tugurio non riscaldato, umido e malsano, pur essendo ricchissimo. Non metteva il denaro in banca perché non si fidava, ma lo lasciava sparso in casa snobbandone il ruolo. Vestiva di stracci e dormiva in una stanza accanto al proprio laboratorio affollato di statue, tele e acquerelli destinati spesso a finire nel mirino di quell’artista espansivo ed estroverso, quanto iracondo con se stesso e severo nei giudizi che lo riguardavano come in quelli rivolti agli altri.

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Final portrait è un ottimo film perché è un’esperienza. Entra nella vita del protagonista in tutti i suoi multiformi aspetti con il rigore scientifico dello studioso, perché Tucci non si è limitato a leggere tutto ciò che sul conto di Giacometti è stato scritto, ma si è spinto oltre. Le frequentazioni del passato con James Lord hanno aggiunto un punto di osservazione diverso che ha permesso al regista di raccontare la storia di un uomo anche dalla prospettiva di un altro uomo. Il modello (Armie Hammer reduce dal pessimo Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino e Animali notturni di Tom Ford) è spesso destinato a recitare nei panni di un insulso comprimario, ma stavolta acquisisce uno spessore e particolarità specifica. L’omosessualità di Lord traspare con discrezione dalle riprese di Tucci che sembrano glissare sul dettaglio, al punto che le continue telefonate per raggiungere l’anima gemella danno l’impressione allo spettatore che si tratti di una donna. Lo studio di Giacometti è affollato anche di modelli umani tra i più diversi. Fra questi c’è il fratello Diego, assistente, braccio destro e artista anch’esso, dal carattere opposto ad Alberto. Introverso. Taciturno. Distaccato. Vittima delle confessioni nichiliste di quest’ultimo che, sorridendo, non lesinava battute sul suicidio. “Mi ucciderei se avessi il coraggio, ma non ricorrerei alle pillole perché quella non è morte. È dormire. Morire è un’esperienza, sono curioso di viverla. Ecco, vorrei darmi fuoco. Peccato poterlo fare una volta sola“. E per stemperare le giornate chiacchierava con Lord camminando in un cimitero e lanciando accuse a Picasso. “Un ladro. Ecco chi è. Raccoglieva spunti dagli altri per poi rivenderli come sue intuizioni“. Arte senza peli sul pennello.

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