POST1La guerra in Vietnam non era ancora in archivio che i “Pentagon papers” sconvolsero il mondo dell’informazione e della politica. Robert McNamara, segretario alla Difesa nell’amministrazione Kennedy, ordinò una ricognizione documentale sulla presenza e la strategia delle forze militari americane in quella porzione del Sud Est asiatico. Un impegno monumentale che restò a lungo sepolto nel silenzio, al punto che sia JFK sia Lyndon Johnson ne ignoravano l’esistenza. Emersi in seguito a una fuga di notizie e comparsi sul New York Times, provocarono uno scompiglio totale che mandò in tilt i rapporti del presidente Nixon, vincitore delle presidenziali americane nel 1968, alla scadenza del mandato di Johnson, con la stampa. Il caso finì in tribunale. La magistratura diede torto a una Casa Bianca spocchiosa e arrogante e il passo successivo fu lo scandalo Watergate che portò il presidente all’impeachment. Una fetta di storia che ha confinato davvero con la cronaca ora giunge anche al cinema. A togliere il velo ai fatti di quel periodo è The Post di Steven Spielberg che ripercorre quegli anni della prima fase dell’amministrazione Nixon. Il punto di osservazione del regista non è però distaccato. I fatti sono raccontati dalla prospettiva di un giornale locale, il Washington Post, che si pose l’interrogativo se pubblicare le carte in suo possesso, dopo il colpo giornalistico della concorrenza. Il caso dei “Pentagon papers” è dunque esaminato dalla posizione di chi volle sfidare il sistema e i suoi ingranaggi non solo mediatici, ma anche politici e legali.

THE POST

Il film vive sulla tensione fra il direttore del Post (Tom Hanks che aveva già recitato per Spielberg ne Il ponte delle spie) e l’editore (Meryl Streep) negli istanti convulsi che precedono la decisione di pubblicare le carte in possesso della redazione. L’epilogo, perfettamente coincidente con i fatti reali, obbedisce al principio della verità a tutti i costi che in America costituisce uno dei principi inderogabili della comunicazione fra la politica e il pubblico attraverso l’informazione. Non è la prima volta che il democratico Spielberg si dedica alla Storia in generale e quella del Novecento in particolare. Era accaduto con Lincoln nel primo caso e con Il ponte delle spie nel secondo. Il ritorno su questi temi è affidato a un’opera che si inserisce nell’ampio filone del cinema sul giornalismo che ha molti precedenti a partire dal più recente, Il caso Spotlight di Tom McCarthy, pur incentrato su un argomento completamente differente. Poco di nuovo all’orizzonte, dunque, e un pericolo. The Post rischia di fare danni per quell’alone di mito che queste opere continuano a spargere intorno a un mestiere profondamente cambiato rispetto al passato. Il giornalista non sarà mai l’eroe che forse non è mai stato e molta parte dei giovani tra il pubblico possono legittimamente essere affascinati da figure ormai più mitologiche che reali. Il settore dell’informazione e della comunicazione è in crisi da molti anni, alle prese con cali importanti nelle vendita delle copie, nella diffusione, nella confezione del quotidiano e perfino con una mentalità del pubblico poco incline a spendere i pochi spiccioli richiesti perfino in quelle rare occasioni nelle quali vengono pubblicati articoli che li riguardano direttamente. Riduzione di organici, stipendi limitati e disoccupazione sono le conseguenze inevitabili che attendono i giovani suggestionati dal cinema e convinti di poter entrare a farne parte.

L’interrogativo di base sul quale si regge il film riguarda la necessità e l’opportunità di pubblicare un fatto anche se rischia di mettere in crisi una classe politica che, a sua volta, si prodiga in ogni sforzo pur di imbavagliare l’informazione. L’ammissibilità della scelta di pubblicare anche ciò che nuoce ai potenti, con l’avallo della sentenza della magistratura, rappresenta l’aspetto di maggior attualità anche oggi al di fuori degli Stati Uniti, dove quest’ultima fatica di Spielberg è ambientata. Tuttavia, il passo successivo con i complottisti che entrano nel palazzo Watergate aprendo le porte allo scandalo poi destinato a travolgere la presidenza Nixon, fa da ponte con un evento storico di larga portata, conseguenza diretta dei fatti rievocati. Tecnicamente l’opera incontra qualche momento di staticità, anche se è evidente l’impegno del regista nel renderla più agile, con il ricorso a sequenze brevi e in successione fra loro al posto di un più lungo indugiare che avrebbe appesantito un argomento non proprio leggerissimo.

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