forma2La vita è il naufragio dei nostri piani

 

Nessuno potrà mai dire se Elisa e il mostro vissero per sempre felici e contenti, però se ne andarono insieme, mano nella mano. Abbracciati, nella profondità dell’abisso. E non li rividero mai più. Perché loro, in fondo, erano nati soli. E soli erano sempre vissuti. Lei, un’orfanella muta, faceva il mestiere che toccava a tutte le ragazzine sfortunate del mondo. Le pulizie. Nella fattispecie, in un centro nucleare. Aveva due amici, soli come lei. Il vicino di casa, un attempato omosessuale, male in arnese con il lavoro e perfino con il parrucchino, cantastorie dal cuore buono che racconta la favola di Elisa e la Creatura. E Zelda, la collega di grembiule e spazzolone, una nera extralarge mal maritata a uno scansafatiche senza arte né parte. Elisa sogna un fidanzato, ogni mattina nella vasca da bagno. Ma un giorno incontra il mostro, in cattività, gettato in una cisterna d’acqua. Dicevano che fosse un dio, ma come ogni divinità in terra finì bistrattato e maltrattato. Perfino torturato. Catturato e metaforicamente messo in croce. Volevano ucciderlo per decisione bipartisan di russi e americani. In sostanza, un mondo di persone sole a partire da quel dio anfibio, condannato alla sopravvivenza subacquea e alla vivisezione. Ma l’amor che vincit omnia – il mutismo di Elisa, i versi di quel mostro, la vita senza gioia del cantastorie disoccupato e quella squallida di Zelda – ricongiunge gli estremi che abbracciano un mondo marcio. Fatto di cattivi e impermeabile ai buoni. Con un uovo e un po’ di musica, Elisa cattura il cuore di quell’alieno venuto dal mare. Un pasto frugale e una melodia. Chiavi di un sentimento che spegne il fuoco delle rivoltelle. La violenza del prepotente. Il principio che ogni essere vivente diverso vada eliminato per garantire la sicurezza. Ma non si sa di chi. In fondo, chi controlla i controllori. E l’acqua si portò via i più puri. Elisa e il mostro. Per non restituirli mai più all’universo dei bruti.

THE SHAPE OF WATER

La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro, recente vincitore del Leone d’oro alla Mostra di Venezia 2017, sottolinea ciò che meglio sa fare il regista messicano. Ovvero narrare una fiaba fantasy con il garbo e l’eleganza di Giles (Richard Jenkins), giovane nonno in poltrona. “Che cosa potrei dirvi della principessa senza voce e del suo tempo… Accadde molto tempo fa negli ultimi giorni di regno di quella principessa. E che cosa potrei dirvi di quel luogo, una piccola cittadina vicina alla costa, ma lontana da tutto il resto. O forse dovrei avvertirvi della verità di questi fatti, raccontandovi amori e sconfitte e la storia del mostro che cercò di distruggere tutto”. Ma già, mostro o dio. Dipende dai punti di vista che per questo film sono tanti. Appartiene a diversi generi. Dal fantastico al drammatico. Dalla favola al thriller. Dal noir degli emarginati, dove a vario titolo rientrano un po’ tutti i protagonisti, al sentimentale. E perfino al musical. Perché non c’è solo odio, ma tanto tanto amore. Soprattutto fra gli emblemi della diversità, la donna muta (Sally Hawkins già ammirata in Blue Jasmine e nelle versioni di Paddington e Paddington 2 a evidenziare il suo personalissimo eclettismo artistico) e quel mostro-dio capace di miracoli e prodigi, perfino nel far spuntare i capelli a un calvo senza speranza. Ma come ogni astrazione che si rispetti la favola è ancorata fortemente sulla terra e nella realtà, secondo canoni istituzionalizzati dal regista. La cornice è storica – la guerra fredda e il dualismo sovietico-americano – come già era accaduto per altri due fra i titoli migliori di Del Toro. Il labirinto del fauno dove lo sfondo era quello dei totalitarismi novecenteschi e la guerra civile spagnola e La spina del diavolo innestato sulla seconda guerra mondiale. E tantissime sono anche le citazioni che affollano La forma dell’acqua dove evidenti sono i riferimenti a un cinema del passato remoto e recente. Dallo spielberghiano Et, l’extraterrestre (1982) quando il mostro tocca lo schermo della televisione con il dito, alla Bella e la Bestia con il bacio al mostro da parte della dolcissima bruttina Hawkins. E finalmente, una volta tanto, a una donna lontanissima dall’essere un sex symbol viene riconosciuto un suo personalissimo fascino. Dall’horror Il mostro della Laguna nera, un film del ’54 di Jack Arnold che porta in scena per la prima volta la creatura, ora rispolverata da Del Toro, fino alla carrellata dei musical ai quali si ammicca ampiamente.

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Si va da Serenata a Vallechiara (1941) di Bruce Humberstone, padre di tanti Tarzan del grande schermo a Vecchia San Francisco, posteriore di due anni e firmato dallo stesso autore, riconoscibile dai fotogrammi virati in bianco e nero per sottolineare il sogno e l’astrazione di Elisa che canta “You’ll never know”, acquisendo voce nell’unico punto della trama per dichiarare il proprio amore a quell’anfibio che, insieme solo alla collega, le si era mostrato riconoscente e amico. La passione per il cinema sfiora poi un altro titolo d’antan, Mardi Gras, un film del 1958 di Edmund Goulding con Pat Boone che lancia la canzone “You’ll remember tonight”. L’alluvione dei riferimenti ai quali Del Toro attinge con la complicità di Alexandre Desplat, maestro di musica che ha curato l’eccellente colonna sonora, tocca anche Il piccolo colonnello di David Butler che narra le vicende di due “diversi” degli anni Trenta – una donna sudista e il marito nordista – riuniti dalla figlioletta quando stavano per lasciarsi. Da segnalare, per inciso, che la piccola era un talento in erba, Shirley Temple. Del Toro non ignora nemmeno le serie televisive e spunta un Mr Ed, il mulo parlante accanto a The many loves of Dobie Gillis, una delle prime sitcom americane andate in onda fra il 1959 e il 1963. L’apparato è insomma molto composito e il comune denominatore che collega i titoli di questi musical così diversi per età e stagioni è quello di essere sostanzialmente favole. Un po’ come quella narrata dal regista che anche nell’impianto tematico risulta altrettanto studiata. Il motivo della diversità è affrontato in una chiave nuova, da una doppia prospettiva. Da un lato la divinità calpestata e ripudiata, sottoposta a torture e condannata a morte, dall’altro l’animalità da sopprimere perché pericolosa che sconfina addirittura nella vivisezione – fortunatamente solo ipotizzata, ed è già troppo – per comprendere come funziona l’organismo di una bestia ignota che semina il terrore in una località non identificata. Ma è la solitudine a improntare tutta la trama e la via di fuga – l’unica – è quella imboccata da Elisa e il mostro, per sempre uniti nonostante il mutismo. Come a voler dimostrare che non sono le difficoltà fisiche la barriera a una reciproca comprensione dei cuori. Senza parole, talvolta, ci si intende meglio. E silenzio fu. Per sempre.

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