FI9L’uomo è complesso, la natura è semplice. Ma talvolta sa essere complessa.

 

Una donna con una bottiglia in mano guarda lontano. È il vuoto paesaggistico di una Sardegna che, nella sua aridità, riflette la vacuità interiore. Giallo. Luce e sole sintetizzati in un colore contrario agli stati d’animo. Turbamenti che uniscono tre personaggi femminili, una bambina e due donne. Figlia mia della romana Laura Bispuri che nel 2015 aveva sorpreso il pubblico con Vergine giurata, storia albanese lontana dalla nostra realtà, è la vicenda della piccola Vittoria a caccia della verità sulle sue origini. Proprio la bimba, nell’estate dei suoi dieci anni, smaschera il patto nascosto tra Tina (Valeria Golino) e Angelica (Alba Rohrwacher, protagonista di entrambi i film della regista). E scopre di essere, a suo modo, figlia di entrambe. Tenera e protettiva la prima. Ubriacona, facile, disperata e biologica la seconda. A colpire sarà proprio il ribaltamento di piani inconciliabili. E la piccina diventa – per una sorta di paradosso – la vera madre delle due donne. Acquistata da Tina che aveva contribuito a farla nascere aiutando quella ragazza madre a partorirla e tenendola per sé fin da quando era in fasce, Vittoria apprende il segreto fluttuando tra queste due anime, attratta dall’affetto verso Tina e dalla curiosità per Angelica, alla quale la accomuna una sconcertante affinità fisiognomica. Dramma di caratteri e studio di personaggi, il film lascia volutamente molti particolari nella penna della sceneggiatura, ma questi omissis sono evidentemente giustificati dall’intento di Laura Bispuri che non è certo quello di svolgere un intreccio più o meno romanzato bensì di porre davanti allo spettatore un insieme di soggetti dalle molteplici sfaccettature. Di conseguenza poco importa narrare – e quindi scoprire – le ragioni dell’alcolismo e della povertà di una disgraziata dal sesso fin troppo facile, consumato con distratto disinteresse in un privato che è quasi sempre pubblico. Meno ancora si rivela necessario spiegare che cosa sia accaduto fra Tina e il marito degenerando il loro rapporto senza amore né sensuale né sentimentale. Per quale motivo, infine, Angelica abbia debiti insoluti con il proprietario di un maneggio che nasconde fini di macellazione.

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Figlia mia è piuttosto un’indagine sociale ambientata su una parte di Sardegna – le riprese sono avvenute nelle vicinanze dello stagno di Cabras – che, su più vasta scala, rappresenta una proiezione generale e senza confini. Gli uomini rispondono solo a bisogni fisici e sputano la loro animalesca indole nei rapporti umani elementari e in una discutibile quanto disgustosa relazione con gli animali stessi, strumenti di una collettività che di loro si nutre e li considera unicamente come un mezzo di sostentamento. Commercio. Arricchimento. In questa cornice spregevole che non sembra avere alcuna forma di profondità emergono le tre figure femminili, studiate per consentire di mettere a fuoco il mistero della maternità nelle loro frastagliate sfumature. A quel punto Vittoria diventa l’esito della biologia (Angelica) e la soddisfazione di un desiderio e di una forma d’amore concreto (Tina). Se in Vergine giurata, la Bispuri aveva voluto mostrare il lato femminile e quello maschile di una donna, con Figlia mia compie un passo ulteriore nel definire la donna come madre, sottolineando l’insondabile e incancellabile legame che unisce colei che genera a colei che è generata. I tre soggetti si trasformano quindi nei tre volti di una stessa e unica espressione umana dove non importa più stabilire per quale ragione una si sia impossessata della figlia dell’altra e abbia cercato di sospingere quest’ultima il più lontano possibile per fingere a se stessa e al mondo l’origine naturale di quel vincolo di sangue di fatto inesistente. L’insuccesso dell’allontanamento, trasformatosi in una convivenza di tollerante vicinato, restituisce alla bambina un ruolo nel mondo attuale. L’interrogativo se sia possibile crescere con due figure materne di riferimento è più che mai evidente e, indirettamente, può anticipare riflessioni su un tema che il film non tocca. La convivenza con due genitori dello stesso sesso, legati da un’intesa omosessuale. Frontiera che la Bispuri ha evitato anche soltanto di sfiorare, visto che Vittoria è più contesa che immersa in un’insolita realtà famigliare. Compie infinite volte il percorso a ritroso fra la casa di Tina e quella di Angelica. Oscilla anche materialmente tra le due. E da entrambe impara. Il sapore del vuoto e della polvere. Il colore di un sorriso. Il calore di una carezza. La sfida di un insulto.

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Figlia mia ha anche un risvolto femminista, se si vuole. A differenza degli uomini, le donne del film sono le uniche che decidono e prendono posizione per se stesse e, in qualche caso, per gli altri. Tina spinge Angelica ad andarsene senza riuscirvi. Convince il marito a pagarla purché lasci la Sardegna. Regala alla piccola Vittoria l’amore che non aveva mai provato e che il “padre” non è capace di darle. La madre vera è invece quella che insegna alla bambina a spingersi oltre. La bellezza. La natura. Le fissazioni come la paura del vuoto e dell’acqua. È la donna che la attacca e la offende per stimolarla a compiere quei passi che il suo mancato coraggio di bimba le impedisce. E Vittoria diventerà una di loro quando riuscirà a entrare e uscire dalle viscere della terra. A scoprire che il sottosuolo non nasconde soldi e ricchezze che la tradizione popolare gli assegna. Insomma, è una menzogna. Una bugia. Altro tratto distintivo di un essere femmina a dispetto di tutto. Tina nasconde a Vittoria di non essere la sua mamma naturale. Angelica non spiega i motivi del patto che l’ha portata a cedere la neonata alla persona che l’ha aiutata a partorire. Vittoria, nel suo piccolo di bambina omette di dire di essere stata dall’altra delle due, perpetuando il suo oscillare fra due “madri”. Rigorosamente tra virgolette. Bugiarde decise. “Ero stufa di vedere le donne confinate dal cinema in ruoli banali” ha commentato la Bispuri. Il prezzo dell’affrancamento è lo sconcerto. Anche le donne perdono. E il loro finale sorreggersi l’un l’altra ne è l’emblema.

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