filo2Una casa che non cambia è una casa che muore

 

L’amore non si cuce con filo e rocchetto. E Reynolds Woodcock, stilista inglese che domina la moda anni Cinquanta, lo impara a sue spese. La mamma che lo aveva lasciato solo al mondo con la sorellina Cyril gli era rimasta vicino. Ma era solo memoria. L’unica forma di sentimento che il sarto aveva saputo sviluppare erano gli anatemi cuciti nei risvolti dei suoi abiti. “Never cursed”. Mai maledetto. E una ciocca di capelli di “beloved mommy” nel risvolto della sua giacca. Reynolds non trovava nulla di inquietante nel fatto che i defunti fossero sempre accanto ai vivi, ma la vita – la sua – era quella di un morto che respirava. Anaffettivo. Distaccato. Totalmente e profondamente immerso nell’unica realtà che conosceva. L’atelier. Pardon, house of couture perché siamo a Londra. Tra modelli, manichini e donne vere in carne e ossa. Senza cuore, se non come una pompa meccanicamente intesa, utile solo a tenere in circolo il sangue nelle vene. I giorni non promettono e non mantengono nulla. Sono fatti di spilli e orli. Apparenza che non è mai sostanza. Il gusto del bello fine a sé stesso. Finché… In una locanda di periferia Reynolds resta ammaliato da Alma, nome di donna che è tutto e niente. Anima e mater. Finisce stregato dallo stesso sguardo con cui egli fulmina quella cameriera che diventa la sua musa, ma non la creatura del cuore perché quello di Woodcock non batte. Se non per metro e forbici. Perle o merletti. Tessuti e velluti. Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, recentemente apprezzato per Vizio di forma e in passato giunto all’Oscar con Il petroliere, è una storia di amore e aridità. Come spesso sa essere un sentimento incapace di sbocciare quando germoglia in animi desertificati. A dispetto della biologia e del destino. Woodcock è creatura di fantasia, senza allusioni né illusioni. È un sarto fatto in casa, ostaggio di se stesso e di una sorella, affettuosamente chiamata “tal dei tali” prima di tornare Cyril, zitella senza palpiti come il fratellino genio, disegno e follia. L’inedita coppia viene spazzata via dal placido tornado di Alma che guadagna i favori della autoritaria e fredda amazzone ma segue il sogno di avere quell’uomo per sé. E vale tutto. Ingelosire. Sorprendere. Litigare. E soprattutto allucinare. Tra moglie e marito non mettere… i funghi. Le ricette di Alma sono al veleno dosato con il contagocce. “Non morirai. Ti voglio inerme. Sottomesso. Poi di nuovo forte ma eternamente mio“. E Reynolds “rivede” la madre in fondo alla stanza come in una vecchia fotografia di un’epoca che fu. Tra abiti che si smagliano. Manichini abbattuti da svenimenti improvvisi. Miracolo micologico. Visioni d’apocalisse.

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Il filo nascosto è quello dell’orlo che cela messaggi arrabbiati. Collega i cuori aridi di due fratelli più indissolubili di un amore spontaneo. Cresciuto in una ricca colazione dove una giovane cameriera s’innamora di un cliente sconosciuto. Il filo nascosto è quello che tiene avvinghiato un uomo alla sue allucinazioni e alla donna che ne pilota le gelide emozioni. Ed è anche il nesso che unisce le tematiche approfondite dal regista. Moda e cibo, padroni di oltre due ore di cinema raffinato e patinato, conducono in direzioni diverse ma accompagnano lo spettatore nella metafora della vita. Lo stile è passione e lavoro. Estetica e fascino. Colpire a un cuore che talvolta nemmeno esiste. E abbagliare gli occhi che invece esistono sempre. Esteriorità a confronto con l’interiorità di pasti e nutrimenti che tuttavia conducono nel profondo dell’organismo riflettendosi anch’esse nel profumo e nel sapore delle emozioni. Le colazioni che seducono Reynolds creano un legame immediato e profondo con Alma e tra i due proprio a tavola nasce il legame che trasformerà la cameriera in una modella e in una musa. Una lacrima di vino che viene usato per cancellare il rossetto. Trionfo di semplicità. “Mi piacciono i sapori naturali” le dirà asciugandole il rosso vivo e lasciando il color carne a risplendere nell’assoluto del viso. E saranno infine i funghi a portare alle estreme conseguenze un amore che stava inforcando la china della fine. Una conclusione che interrompe una rottura e, tra un accesso di follia e il lucido delirio del vaneggiamento, porta Reynolds a una dimensione insospettabile. Dapprima il matrimonio, poi l’amore eterno. Finché dura. Anche questa taumaturgia gastronomica è il frutto di un soffritto e della crema. “Perché la crema è importante” pretende lo stilista, innamorato del candore anche a tavola. Il pranzo come un gioco e un campo di battaglia. Alma vince la sfida al veleno dosato, dopo aver perso quella della sorpresa di una cena a lume di candela nell’intimità di un compleanno. Asparagi al burro senza appeal rispetto al condimento con olio e limone. Grassi animali contro agrumi, cancellati dagli allucinogeni. L’olfatto, come il gusto, è l’anello di collegamento tra esteriorità e interiorità. Moda e cibo che conducono ai due volti e ai due aspetti dell’attrazione con il comune denominatore della fisicità. Entrambe, a loro modo, la alimentano con forme diverse di seduzione che portano allo stesso traguardo. Subire il fascino.

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Il film di Anderson scorre tra squarci di luci oblique e colori decisi ma mai sgargianti. Tenui aloni di un desiderio che si fa speranza prima di diventare attrazione pura. Astratta. Astrattismo. Nel film il fascino non confina mai con il sesso. Non ci sono scorci nemmeno quando il sarto prende le misure ad Alma semispogliata. È candore e purezza. Esteriorità. Non materialità né possesso. L’unica fisicità sta nel cibo. L’opera è costruita sulla tecnica dei piani sequenza tanto cara ad Anderson che ne fa un uso abbondante nel suo cinema. Lavoro di grandissima cura e meticolosità, Il filo nascosto ha la particolarità di essere annunciato come l’ultimo palcoscenico per il mostro sacro Daniel Day-Lewis, perfetto nel ruolo dell’uomo senza cuore come già apparve nel 2007 ne Il petroliere che gli valse uno dei tre oscar conquistati oltre a Il mio piede sinistro di Jim Sheridan e Lincoln di Steven Spielberg nel 2012. L’attore britannico, 60 anni, ha dichiarato di aver dato tutto alla Settima Arte e di volersi ritirare, proprio alla vigilia della candidatura a una quarta statuetta nella categoria del miglior attore protagonista. Se poi davvero sarà esilio definitivo dalle scene cinematografiche sarà solo il tempo a dirlo. Se così fosse o sarà, Day-Lewis lascerà ancor giovane – molti suoi colleghi hanno avuto quasi trent’anni di carriera in più se si pensa ai grandi vecchi di Hollywood – con un film di grandissimo spessore che merita le cineteche domestiche.

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