wis2Sono un’attrice. È meglio un giorno sul set – anche se gratis – piuttosto che tanti sul divano di casa.

È stato il peggiore, per questo è passato alla storia. Tommy Wiseau – ma nome e cognome sono un mistero, anche se a tutti è noto così – detiene il primato del film universalmente ritenuto il più brutto di sempre. The room uscì nel 2003 e mise d’accordo tutti. Orribile. Ma è bastato per renderlo un cult movie e giustificare il paradosso. Un’opera su di lui, anzi due. Perché The disaster artist è il titolo del libro di Greg Sestero che era nel cast insieme allo stesso regista Wiseau e ne scrisse una curiosa biografia. Ora è diventato anche un film realizzato da James Franco nei panni del capelluto cineasta che recita in un cameo. Polacco di Poznan, ha vissuto a lungo in Francia, vagabondando per l’Europa prima di approdare in Louisiana. A quel punto si è inventato di essere americano puro, tentando di convincere tutti di questa verità e ribattezzandosi Thomas-Pierre che non sarebbe tuttavia il suo vero nome. Come del resto il cognome, vagamente modellato sul francese «oiseau» – uccello – che allude a uno dei molti lavori da lui svolti. Oltre al lavapiatti, il commesso e l’infermiere fu anche venditore ambulante di uccellini giocattolo. The room fu una pellicola insulsa, dalla trama banalissima – il protagonista è un bancario di successo, ma la fidanzata vuole sposare il suo migliore amico, quindi lo lascia e lui si uccide – e una recitazione ancora più scadente. Insomma, non ebbe nulla per farsi apprezzare, ma ciò fu sufficiente a farla diventare un monumento della cinematografia, perché nessun critico e nessuno spettatore riuscì mai a spendere una parola convincente per difenderlo. Tuttavia alla prima proiezione si scatenò in platea un’esilarante ondata di divertito entusiasmo che da un lato deluse Wiseau, ma dall’altro lo persuase che successo è anche saper divertire il pubblico. Oggi Wiseau gestisce un canale Youtube e alterna ai desideri di nuove opere cinematografiche gli studi di psicologia.

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The disaster artist, che fa curiosamente contrasto con il musical di Natale The greatest artist ma nulla li accomuna, è la tragicomica storia vera di questo outsider della Mecca del cinema che è diventato una leggenda del genere trash. Insomma, è una sorta di Hollywood al contrario dove due giovani di scarsissimo talento non rinunciano a rincorrere i loro sogni, ma tentano di realizzarli con ogni mezzo. Una storia di volontà e caparbietà che si scontra con il politically correct solo apparente di un universo di stelle e stelline che tratta quei due aspiranti attori da parvenu a buon mercato. E, se l’abilità è altra cosa da quella messa in mostra da Tommy Wiseau (James Franco già visto in Mangia, prega, ama e Milk) e Greg Sestero (Dave Franco, fratello minore di James, già nel cast di Now you see me e Cattivi vicini), la pervicacia nel realizzare le aspirazioni è di quella da far impallidire qualsiasi novellino. Eppure, i due sognano. Con i piedi per terra e la tenacia di chi vuole dimostrare di aver tanto da dare alla propria giovanile baldanza. Tuttavia, al contrario di tanti, disposti a qualsiasi compromesso pur di raggiungere il proprio traguardo, Tommy e Greg sono ragazzi puri, a dispetto di un aspetto esteriore forse non sempre tranquillizzante. Ma apparenza non è sostanza e la smentita è felice sorpresa. In particolare Wiseau che, del progetto cinematografico The room, si improvvisa regista, sceneggiatore, attore protagonista, produttore. Un superlavoro portato avanti con una gioia e una determinazione che tentano di sopperire a discutibili qualità artistiche. E vale il commento di una comparsa di mezz’età che non esita ad accettare di recitare, a costo di grandi sacrifici nei trasferimenti sui luoghi delle riprese, anziché risparmiare tempo e denaro restandosene a casa propria. È il tema del sogno e della rincorsa alle aspirazioni, portata avanti con il candore e la limpidezza che la unisce ai due giovani, nonostante la differenza d’età.

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Il film di James Franco tocca i sentimenti e il cuore, oltre a saper svegliare allegria in più punti con un garbo non sempre consueto alla cinematografia a stelle e strisce. L’ingenua spontaneità del cast improvvisato e guidato da un sognatore avvicinano lo spettatore a quel Tommy, nel quale abita e si annida qualcosa di comune a tutti, ma che non tutti hanno la forza e il coraggio di esibire senza remore. Un cinema autoreferenziale che parla di se stesso e ripercorre la genesi di una delle pellicole peggio riuscite – The room fu girato sia in digitale sia in analogico – che comunque è entrata nella storia e nel mito. Seppure al contrario, come del resto la Hollywood che ritraeva. E ora a Hollywood torna con una candidatura agli Oscar 2018 per la miglior sceneggiatura originale. L’anteprima milanese ha già pronunciato il suo verdetto ed è stata conclusa da un’ovazione del pubblico, come mai si è vista nemmeno per i capolavori veri. Interessantissima poi la successione di mini scene che segue lo scorrere dei titoli di coda, dove sono affiancati spezzoni di The disaster artist alle riprese originali del film di Wiseau. Un’opportunità e un regalo. Verificare le rigorose attinenze fisiognomiche dei protagonisti e il rigore nel riprodurre le scene è un piccolo dono a chi, dopo “The end” in perfetto stile americano, non si lascerà cogliere dalla premura di scappare dalla sala – infausta e maleducata, ma diffusa abitudine di molti – e resterà incollato ancora per una manciata di minuti alla poltrona del cinema.

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