lady-birdbird1Non tutti sono nati per essere felici.

 

Nostalgia canaglia a stelle e strisce. Sembra che non si possa avere diciassette anni in santa pace e forse l’equivoco è tutto lì. Quell’ultimo passo prima della maggiore età non fa rima con la quiete. Il prurito di una ribellione non sempre benefica. La Grande Mela come antidoto alla provincia. Libertà e affrancamento dal “vietato ai minori”. Ma soprattutto lacerazioni famigliari. Christine aveva cominciato cambiandosi il nome. Non si voleva riconoscere in quello che le era stato imposto dai genitori. Perché quella donna che le aveva donato la vita le aveva regalato il suo stesso carattere. Buono, in fondo. Ma autoritario e intransigente. Simpaticamente severo. Appunto, la fotocopia di mammà. E siccome i caratteri simili non sempre si attraggono e si completano, ma spesso si respingono, altrettanto accadeva alla fanciulla. Sogni a occhi aperti si alternavano alla guerra. In mezzo c’era un papà licenziato, in preda a una depressione che combatteva amando la figlia e cercando di interpretarne e accondiscenderne desideri e aspirazioni. Lady Bird di Greta Gerwig non è il solito film sull’adolescenza ma uno spaccato di situazioni e soprattutto ha una sceneggiatura originale. Non è tratta cioè dalla letteratura ed è frutto della creatività della regista, qui alla sua prima vera prova dietro la macchina da presa, nelle strade della sua città natale, la californiana Sacramento.

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Di originale nello spunto e nelle tematiche non c’è moltissimo e le cinque candidature all’Oscar (film, regia, attrice protagonista e non protagonista, sceneggiatura) paiono decisamente generose e un po’ sopravvalutate, al punto da rischiare di lasciare l’amaro in bocca alle candidate, in competizione con colleghe decisamente più agguerrite e opere di maggior pregio qualitativo e ambizioni. Oltretutto alla luce di esclusioni eccellenti. Solo per citare un titolo, La ruota delle meraviglie di Woody Allen, che avrebbe meritato qualche menzione in più del nulla in cui è stato relegato. Nondimeno, pur restando lontano dall’assoluta eccellenza cinematografica, Christine-Lady Bird (l’irlandese Soirse Ronan, la ragazzina di Espiazione Amabili resti, apprezzata anche in Brooklyn Gran Budapest hotel) è una tipetta tutto pepe che coniuga i suoi impulsi  ribelli a un’ingenua e innata simpatia che riesce a suscitare anche nel momento delle bizze, in quello dei primi amori con cantonata annessa, quando s’invaghisce di un coetaneo senza accorgersi delle sue propensioni gay e scambia la sua compostezza per un’eccessiva forma di riguardo e rispetto. Suscita il sorriso quando ruba il registro del professore di matematica, ultima spiaggia per cancellare troppi votacci. Mette tenerezza una volta approdata a New York quando assapora l’odore aspro della nostalgia e si affaccia alla finestra urlando il nome di Bruce, che non è il fidanzatino ma la stella che brilla nel cielo di Sacramento. Ossimoro comportamentale. Lady Bird si sforza senza risparmio per andarsene ma, appena lontana, prova l’amaro della malinconia perché le radici e la propria casa non sono sostituibili. Un atteggiamento sorprendentemente uguale a quello della mamma che l’accompagna all’aeroporto distaccata e austera, rifiutandosi di salutarla all’imbarco, ma poi scoppia a piangere da sola in macchina. Forme diverse di un identico sconcerto. Facce opposte di una stessa medaglia.

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Il film è profondamente americano. Difficile comprendere, da una prospettiva europea, la preoccupazione di un adolescente che organizza la propria vita secondo la scansione di alcune svolte scolastiche come il primo anno, il secondo e l’ultimo che prelude all’entrata nel college. Tuttavia il foltissimo repertorio che propone adolescenti a questo bivio dimostra l’ossessione giovanile di certi momenti della loro crescita, in rapporto a ciò che li circonda. Quando la ragazza mente dicendo di essere di San Francisco mette in evidenza la ritrosia di tanti coetanei che si sentono in soggezione e nutrono una sorta di complesso di inferiorità a confessare apertamente il nome di una spesso anonima località della provincia. La regista, che ha riprodotto in Christine una sorta di esperienza diretta personale, non ne ha fatto mistero. Come per quanto riguarda l’origine di quel nome, Lady Bird, che equivale a una nuova nascita, un po’ come gli pseudonimi d’arte adottati da chi entra nel mondo dello spettacolo. Nella fattispecie, deriva da una filastrocca molto in voga negli Stati Uniti. “Ladybird, ladybird, fly away home” che si adeguava perfettamente all’argomento scelto da Greta Gerwig. Proprio per la radicata americanità dei temi e dei luoghi, assistere al film in versione originale inglese sottotitolata sarebbe quasi obbligatorio. Rischiare di sorbirsi Saoirse Ronan con l’accento romanesco di Simona Izzo equivarrebbe a derubricare il film a una barzelletta.

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