Ready-Player-One-1280x745Mi sono rifugiato nel virtuale, ma ho capito che solo nella realtà si  può mangiare un pasto decente. La vita è molto meglio di una simulazione.

 

Come un videogioco in cui vita reale e e virtuale si fondono e si confondono. Il confine dove finisca l’una e cominci l’altra è labile come vapore all’orizzonte. Nel 2045 una società morta di noia e povertà sopravvivrà dimenandosi davanti al nulla ma immaginando che sì, sta combattendo contro robot agguerriti. Droni impazziti. Mostri giganteschi. A caccia di una monetina. Una chiave. Un uovo magico. E un’eredità. Qualcosa che potrebbe valere quanto Facebook e regalare la ricchezza. Tuttavia in dono c’è solo la consapevolezza che il mondo reale è di gran lunga migliore di quello dove sono in dotazione i super poteri e la competizione sfrenata. Dove sconfitta significa morte, ma anche a questa è dato un valore relativo. Pochi spiccioli, ovviamente anch’essi virtuali, e si compra una nuova vita. Perché non sia mai game over, unica vera agonia del giocatore. L’universo fatto di byte protegge e inquieta. Parzival s’innamora di Art3mis che gli risponde per le spicce: “Non mi hai mai visto, potrei non piacerti”. Dietro la password, niente. Vuoto pneumatico di nomi e caratteri. Volti e accenti. Tutto appiattito dietro il pretesto di un’immaginazione personale. Fervida e scollegata. Parzival ha molti amici, ma non ne conosce nessuno. E quando si passa dalla realtà artificiale a quella concreta il gioco si fa duro davvero. Non si riconoscono gli alleati perché sconosciuti. I nickname affogano sessi. Alterano età. Sfumano fisionomie. E la prima volta faccia a faccia ha il sapore di un incontro che brucia il tempo. Sveglia stupore. Uccide il passato.

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Ready player one di Steven Spielberg è un anatema contro le dipendenze dal gioco computerizzato. Parzival diventa un eroe proprio perché libera l’umanità giovanile, schiava delle catene informatiche. Scioglie pseudonimi. Cancella parole d’ordine. Liquida le armi. E mostra quanto goffi siano i movimenti dell’ultima generazione ludica, che si dimena davanti ai computer o alle postazioni da dove il protagonista viene catapultato nello spazio tridimensionale di un conflitto fra sconosciuti. Come in ogni favola – anche quelle che alle parole sostituiscono byte e a una poetica emozione lasciano subentrare lanciarazzi laser e armature spaziali – l’amore ha la sua parte. Perché se le membra sono d’acciaio e la forza non si recupera riposando, ma acquistando nuove vite con scintillanti monete digitali, il cuore resta sempre un’organo che si sottrae ai palpiti di un mouse o di una stazione automatizzata, ma batte per conto suo. E poco conta se Art3mis si chiama Samantha, ha una voglia che le circonda un occhio e detesta farsi chiamare Sam perché odia i diminutivi. La dimensione terrestre si interseca nella lotta multidimensionale di un universo artefatto in osmosi continua fra realtà e fantascienza. La squadra – che oltre ai due innamorati comprende Aech, Daito e il ragazzino Sho – attraversa tutte le dimensioni e combatte i perfidi distruttori dello Ioi, il servizio che vuole impedire la soluzione del gioco e la ricompensa fissata dall’ideatore Donovan Halliday, ovvero la proprietà di Oasis. Un impero in un gioco.

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Le gesta di Parzival intanto abbracciano il mondo del 2045, in spasmodica attesa di quell’ultima prodigiosa chiave, che apre lo scrigno del segreto e del trionfo. La fluttuazione tra ludica fantascienza e quotidianità è trasversale perfino al vissuto e all’Aldilà da dove escono misteriosamente giorni e amori contesi dal profumo del passato. La conoscenza di questi vale l’uscita dal labirinto con la chiave del successo ma vincere significa anche impedire che errori deleteri possano risucchiare altri nel loro vortice senza fine. E allora ecco la soluzione a metà strada fra caricatura e azzardo. Vietato giocare martedì e giovedì. Oasis diventa un pianeta irraggiungibile e la morale mette tristezza, se questa è la ricetta di Sua Maestà Spielberg, alla conclusione di un film ricchissimo di citazioni e riferimenti che – forse proprio per questa ridondanza di rimandi – risulta dispersivo e, alla fine, un po’ banale nei contenuti. Si potrebbe quasi dire che in questo caso il messaggio non è il medium e scomodare il regista di capolavori della fantascienza come Incontri ravvicinati del terzo tipo ed ET – L’extraterrestre per confezionare un avvertimento tanto fragile appare decisamente fuori luogo.

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Ready player one - tratto da un libro dallo stesso titolo, scritto da Ernest Cline, un appassionato di videogiochi capace di miscelare la sua mania con doti di scrittura creativa – attinge all’immaginario cinematografico precedente attraverso evidentissimi riferimenti a Valerian e la città dei mille pianeti di Luc Besson, ravvisabile non soltanto nell’accoppiata Parzival-Art3mis a caccia di un successo a metà strada tra giochi elettronici e simulazioni ma anche nello stile di tante battaglie fantascientifiche. Il film non ha avuto un soddisfacente riscontro di pubblico a differenza di Shining di Stanley Kubrick, ricavato dal romanzo di Stephen King che ha segnato la storia del cinema, come altri capolavori del regista americano. Il richiamo di Spielberg, in questo caso, è diretto e il titolo dell’opera di Kubrick-King dà il nome a una stanza in cui Parzival si avventura e dalla quale escono fiumi di sangue. La scenografia di alcune battaglie in stile kolossal rimandano infine in modo evidente alla trilogia del Signore degli anelli di Peter Jackson basato sul romanzo di John Ronald Reul Tolkien. Spielberg esibisce insomma le sue enormi conoscenze  della storia del cinema recente e non solo, mostrando abilità e sapienza sulle quali nessuno dubitava. Viene solo il dubbio che tanto talento registico strida in rapporto a contenuti forse troppo superficiali.

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