Petit Paysan, film su allevamento etico è thrillerDall’uccisione alla strage. Dai sospetti al terrore. Dal desiderio di salvare le mucche allo sterminio per circoscrivere ed eliminare il virus. Petit Paysan di Hubert Charuel è l’ultima escursione – in ordine di tempo – del cinema francese in provincia. In particolare in quella zona che vive di pastorizia, allevamento o agricoltura. Il film è la triste storia di Pierre, trentenne produttore di latte, che altro non ha e non conosce se non le sue mucche. Quando la febbre emorragica comincia a diventare una minaccia per molti fattori, il protagonista si lascia cogliere dalla paura che anche i suoi animali si ammalino. Finché puntualmente ciò avviene. L’uomo si rassegna con dolore a sopprimere il bovino nella speranza che il virus non abbia contagiato altri esemplari. Inutile dire che la sua sarà una guerra senza esito contro il maledetto virus. Dramma cupo e opprimente per chi è sensibile alla sofferenza e all’abbattimento dei capi di bestiame in generale e delle mucche in particolare, Petit paysan è un film che, di fatto, non riesce a decollare. Resta inutilmente aggrovigliato su se stesso, risulta terribilmente ripetitivo nelle scene e psicologicamente d’impatto nelle numerose uccisioni, con il conseguente smembramento dell’intera mandria. Infine, fastidioso nella sua prolissità, pur essendo di breve durata, riesce a mettere a dura prova la pazienza del pubblico con una trama che ha il sapore dell’irreversibilità scontata fin dalle prime scene. Ciò lo rende fragile e puntuale nella reiterazione di sequenze che, alla lunga, annoiano e fanno calare l’attenzione. Anche il cinema francese, insomma, prende i suoi bravi abbagli e questa è una di quelle occasioni in cui, piuttosto che un film, sarebbe meglio nessun film. Certamente non siamo all’infimo livello di Qualcosa di troppo di Audrey Dana, dall’insulsa volgarità e dalla nulla comicità, pur in un racconto totalmente diverso nei contenuti e nel tono, drammatico in Petit paysan e divertente – soltanto nelle pretese – con Dana. L’opera di Charuel è lontanissima invece da Ritorno in Borgogna di Cedric Klapisch, anch’esso ambientato nelle campagne d’Oltralpe, ma di tutt’altra caratura e di ben diversa suggestione e tensione emozionale. Qui non c’entrano gli animali ma il vino e il risultato è eccellente. Inebriante, forse. Charuel, pur nell’intento lodevole di raccontare il dramma umano di un produttore di latte che al mondo possiede solo le sue mucche, riesce a tradire i propri propositi in una trama stereotipata. Anche l’ineluttabilità del destino e il dolore di chi perde tutto si dissolvono in un’aridità di sensazioni e sentimenti che lasciano impressa nel ricordo soltanto la reiterazione di concetti e scene, prive di spessore artistico sotto qualsiasi aspetto. Non si dimostra amore uccidendo, né si può essere definiti eroi rassegnandosi all’eliminazione della propria mandria di vacche. Né infine si è martiri quando la natura si accanisce sull’uomo. Perché è, appunto, natura. Pierre non esce dalla sua sciagura, ne è vittima inutile e inerme. Come lo spettatore, costretto a sorbirsi questo latte cagliato. E non traggano fuori strada i tre premi Cesar – gli Oscar francesi – consegnati con troppa generosità ai protagonisti – maschile e femminile – assolutamente nell’ordinario e a un’opera prima di cui non si sentiva nostalgia.

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