marx1Ciò che ogni cosa vale è il prezzo che impone

 

Karl Marx aveva trent’anni nel 1848, anno in cui viene pubblicato il Manifesto del partito comunista. Era il 21 febbraio. L’incontro fra il giovane filosofo che aveva fatto dell’economia politica la materia dei suoi interessi e Friedrich Engels, figlio di un industriale, padre padrone in anni in cui le lotte sindacali erano solo velleitari tentativi di scosse politico-sociali, si era rivelato fondamentale per lo sviluppo di un’ideologia che avrebbe cambiato per sempre il mondo del lavoro. Il giovane Karl Marx di Raoul Peck, regista nero che ha recentemente conquistato la notorietà con il documentario I’m not your Negro sulle lotte civili negli Stati Uniti, mette a fuoco due personaggi, raramente trattati dalla cinematografia. L’argomento ha imposto fin dall’inizio una serie di difficoltà e ostacoli per la costruzione del film. Utopia scampata o opera da dimenticare. Un uomo e un pensiero troppo complessi per essere davvero compresi o una dottrina vecchia e pericolosa. Peck, a suo agio nel docufilm, genere da lui frequentato a più riprese, sceglie di inquadrare la fase formativa di Marx, padre di famiglia e allo stesso tempo ispiratore di un’ideologia decisamente troppo avanzata per la prima metà dell’Ottocento. Ne esce così un’opera cinematografica che si discosta e si allontana moltissimo dallo spirito documentale, per entrare a pieno diritto nel campo di una narrazione storico biografica che fa luce sull’origine dell’amicizia fra i due autori del Manifesto, diversissimi per studi e origine. L’ambientazione inglese di Manchester e le lotte degli operai irlandesi nelle fabbriche britanniche costituiscono il terreno fertile di quello che sarebbe stato destinato a diventare il nucleo fondante del pensiero comunista. Engels era uno studioso delle lotte del proletariato inglese dell’epoca e si era legato a Mary Burns, un’attivista particolarmente agguerrita, per meglio comprendere e immedesimarsi nelle condizione di quella forza lavoro. A Marx lo accomunava l’editore che pubblicava gli articoli dell’uno e dell’altro. Entrambi vennero a contatto con Pierre-Joseph Proudhon, filosofo anarchico di cui il film offre testimonianza descrivendo attriti e contratti con i due giovani pensatori.

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Il sodalizio ideologico nacque dunque in una temperie sociale di grande criticità, nella quale Marx doveva trarre dai suoi scritti il necessario per mantenere moglie e figli, mentre Engels si nutriva degli effetti socio-politici delle sue riflessioni. E le conclusioni alle quali era giunto rappresentavano una sorta di fede laica in una riscossa mondiale. Idealismo allo stato puro, insomma. Ed è l’aspetto che maggiormente viene sottolineato nel finale in cui emerge proprio il valore delle idee più di quello concreto delle rivolte social-comuniste che invece si sarebbero succedute di lì a molti anni. Se può sembrare provocatorio l’uso del termine “fede”, in quanto solitamente riferito ad ambito cultuale, esso si giustifica proprio dall’ultima sequenza in cui Engels prende la parola nell’assemblea che si ispira al motto “Ogni uomo è mio fratello” e nasceva da un’ispirazione pacifista ed egalitaria. Il tema si sposta ben presto su un altro terreno – il lavoro, il suo costo e lo sfruttamento – e la natura di quel sodalizio viene completamente ribaltata. La fede insomma è scalzata dalla politica e il giovane Marx assiste tra la folla al discorso del coautore del Manifesto.In questo clima culturale, tutt’altro che esente dai primi rivolgimenti dei lavoratori, prende corpo il film che si dipana parallelamente tra lo sviluppo ideologico dei due ideologi e le premesse sociali che hanno favorito il prosperare di quelle idee. Peck tocca un tema politico evitando il rischio di inciamparvi. Sarebbe stato fin troppo semplice prendere parte aperta alla contesa politica, invece il regista resta su binari storici, limitando severamente ogni ricaduta che segua la pubblicazione del Manifesto. E solo occasionalmente si lascia spazio all’intuito di ciò che sarebbe venuto dopo. “I filosofi hanno interpretato il mondo. Ora devono trasformarlo” viene fatto dire a Marx (August Diehl già conosciuto in Allied di Robert Zemeckis e Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino) ma non si va oltre. C’è da pensare che Raoul Peck abbia tratto un buon insegnamento dal documentario che lo ha reso famoso, quel I’m not your Negro, presentato a Berlino e a Toronto che aveva raccolto una candidatura agli Oscar 2017 senza conquistare la statuetta. Qui la scelta di campo a favore della difesa dei diritti dei neri aveva sconfinato oltre i limiti. Un cedimento forse dovuto al colore della pelle di Peck che stavolta ha saputo mostrarsi più storicamente distaccato. Solo la carrellata di didascalie, a conclusione del film, ha fatto accenno alla vita di Marx ed Engels nella maturità, degli anni dal 1848 alla fine delle loro esistenze.

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