????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????La frontiera americana esiste. È un confine aleatorio, purtuttavia vero, progressivamente cancellato dalle guerre indiane che spinsero le popolazioni dei nativi in aree circoscritte. Oggi si chiamano riserve e hanno il sapore amaro di ghetti più o meno estesi, dove i discendenti dei primi abitatori del continente sono stati trasferiti. Il limite resta. Nei fatti e nei cuori. E molti, al di fuori di quelle aree hanno vanamente tentato un’integrazione impossibile. Sono rimasti segregati in libertà. Schiavi di indifferenza. Disinteresse. Il nulla. A tanto valgono le vite in certi angoli del Wyoming ancora ai giorni nostri. Il corpo di una giovane donna amerinda viene trovato nelle nevi. È stata violentata, ma è riuscita a fuggire. ha percorso molti chilometri prima di cadere vittima del freddo e del gelo. Assassini implacabili, ma più leali di chi l’aveva lasciata in vita dopo averle tolto tutto. Braccata nel deserto di ghiaccio. A scoprire quel cadavere è Cory, un cacciatore al quale toccò in sorte un figlia uccisa nello stesso modo. Sul luogo del ritrovamento arriva un’agente dell’Fbi, tanto volonterosa quanto poco pratica di quegli spazi. La donna chiede proprio a Cory di assisterla nell’indagine e saranno i due a smascherare i retroscena alle origini di quella morte. Inutile come tante. Forse. Inutile come tutte. I segreti di Wind River di Taylor Sheridan è un giallo con pretese che superano l’etichetta di questa categoria ed è l’ultimo atto di una trilogia che esplora l’epidemia di violenza lungo il confine tra Stati Uniti e Messico in  Sicario, il divario tra immensa ricchezza e profonda povertà nel Texas in Hell or high water che nel 2017 ha sfiorato l’Oscar per il miglior film.

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Presentato a Cannes nella sezione “Un certain regard” aggiudicandosi il premio per la miglior regia, I segreti di Wind River tocca due temi principali. Da una prospettiva più ampia, Sheridan si propone di indagare il tipo di esistenza condotto da chi vive in terre nelle quali mai avrebbe voluto abitare. Nessuno fra i protagonisti è felice della scelta che lo lega a quella regione e sono le circostanze a trattenervi chi è consapevole di non potersene andare. Le radici, in buona sostanza, sono fortissime anche quando non si pensa che lo siano. Fili rossi. Ombelichi resistenti e inattaccabili. Cory (Jeremy Renner visto anche in American hustle di David Russell) è legato a quella terra che fu testimone della fine della figlia, avuta da una donna di origini indiane. Impossibile allontanarsi da un realtà cruda e violenta perché in realtà – e qui si tocca il secondo livello della trama – il protagonista non ha mai superato la propria tragedia. O meglio, non ha mai saputo porvi fine per quanto abbia tentato di depositarla con rispetto alla capiente valigia del passato. Ne consegue che restano nervi scoperti e nodi irrisolti per i quali il conto viene saldato da uomini dei ghiacci, dove il freddo uccide tutto, tranne i sentimenti. E giustizia sia. Scendendo a uno stadio ulteriore di approfondimento dell’impianto narrativo, Sheridan mette in luce un aspetto disgustoso ma disgraziatamente contingente. In Wyoming, come in altre parti d’America, le donne indie non hanno valore. Stupri e abusi ai loro danni non costituiscono reato perseguibile penalmente e civilmente, ma una sorta di passaggio rituale attraverso il quale la maggior parte di esse è costretta a sottomettersi nel clima di disinteresse generale. Da qui, lo stupore per le violenze sulla donna poi trovata senza vita al limitare di un bosco coperto di neve. Specchio di un disinteresse assoluto che si spinge ancora oltre l’abuso e la violenza, sconfinando nella scomparsa fisica di molti soggetti. E a questo tema si riferisce la spiegazione, aggiunta come una sorta di morale-epilogo dal regista. “Mentre le statistiche sulle persone scomparse sono definite per ogni segmento della popolazione, non esistono statistiche per le donne native americane. Nessuno sa quante ne siano scomparse“.

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