HP1Perché l’uomo corre verso la rovina… Perché ne è così irresistibilmente affascinato…

 

Lo scherno generale avvolse Oscar Wilde non appena si seppe dell’omosessualità di uno scrittore – all’epoca il più noto al mondo – che aveva già una moglie e due figli. Forse fu la nemesi. Il padre, oculista dei sovrani di mezza Europa, finì nel fango per le accuse di abusi sessuali su una ragazza. Condannato, se la cavò con un risarcimento e una fama alle ortiche. Oscar, secondogenito di tre figli, non assomigliava al padre. Piuttosto, si sentiva – e tutti ne riconobbero le somiglianze – più vicino alla madre, dalla quale ereditò alcuni vezzi. Il più innocente fu quello di mascherare l’età. E lo sgarbo più insopportabile glielo fece il destino che se lo portò via a 46 anni. Decisamente troppo pochi. Wilde li visse all’insegna dell’amore e l’amore lo distrusse. In questa specifica visuale prospettica della biografia dello scrittore irlandese si innesta The happy prince di Rupert Everett, alla sua prima regia. Il legame, sentimentalmente mai interrotto con la moglie Constance (Emily Watson apparsa in Una notte con la regina di Julian Jarrold, Storia di una ladra di libri di Brian Percival e La teoria del tutto di James Marsh), si sovrappone con quello per Alfred Douglas detto “Bosie” (Colin Morgan già visto in Legend di Brian Helgeland) e la dedizione di Robbie Ross (Edwin Thomas) l’unico che fu sepolto con lui dopo la morte avvenuta a 18 anni di distanza da quella dello scrittore. Al contrario di quell’amante storico che invece se ne andò solo, povero e ignorato da tutti nel 1945.

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L’autore del Ritratto di Dorian Gray e de Il principe felice e altri racconti, interpretato dallo stesso Everett è un uomo in miseria costretto a elemosinare pochi spiccioli ovunque capiti, ma il suo soggiorno a Parigi è l’occasione per ricordare le avventure trascorse tra gli eccessi dell’assenzio e la perenne ossessione del denaro. Dopo la condanna per omosessualità, in seguito alla quale fu obbligato a saldare il suo conto con la giustizia, per poi lasciare definitivamente l’Inghilterra nel dileggio generale, Oscar Wilde visse con un assegno che la moglie gli devolveva dietro la promessa di non unirsi mai più a Bosie. Quando i due uomini si ritrovarono, trascorsero una vacanza a Napoli, al termine della quale rimasero senza nemmeno gli spiccioli, per la congiunta decisione delle rispettive mogli di sospendere loro il mantenimento finché non si separassero. La vita volle che fu Constance, la prima ad andarsene nel 1898 per un’occlusione intestinale che innescò varie diagnosi postume, condotte dal nipote Merlin, figlio del secondogenito VyVyan, convinto che la nonna in realtà soffrisse di una sclerosi multipla mai diagnosticata. Anche questo determinò la progressiva indigenza dello scrittore che nel novembre 1900 lasciò i figli orfani. Il primo, Cyril, sarebbe anch’egli morto prematuramente nella Grande Guerra, rimanendo ucciso nella battaglia di Neuve Chapelle il 9 maggio 1915. Dopo la scomparsa della moglie, oggi sepolta a Genova, lo scrittore non rivide mai più i due ragazzi, che conservarono del padre il ricordo di un genitore amorevole e molto presente, almeno fin quando cadde nell’infamia.  L’autobiografia di Vyvyan, in questo contesto, esemplifica con chiarezza le sofferenze che si sono poi tradotte nel cambio di cognome – da Wilde a Holland – sia per Constance che riacquisì quello da nubile sia per i due bimbi.

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In questa prospettiva, il film di Rupert Everett, molto didascalico nella forma e nella realizzazione e privo di genialità, riscrive fedelmente quanto accadde negli ultimi anni di vita di un autore che aveva smesso da tempo di essere universalmente il più famoso e apprezzato. Il suo garbo e la sua grazia letteraria emergono però dagli stralci di alcune letture di cui il film si serve per ricomporre il profilo di un uomo che non ha saputo resistere a nessuna forma di amore, finendo per soccombervi egli stesso. The happy prince difficilmente resterà nella memoria al di là del rigore narrativo e di una scenografia davvero sofisticata e curata. L’opera ha il difetto di lasciarsi inquadrare come l’ennesimo titolo incentrato sull’omosessualità, senza alcun ulteriore spunto di interesse che non sia la ricostruzione biografica degli ultimi di una delle figure più importanti del panorama letterario mondiale, attraverso una sorta di tardiva rievocazione del passato da parte di un uomo alle soglie della fine, nonostante la giovanile età. Una chiave di lettura che rischia di stonare e invitare il pubblico a non individuare la sconfitta di Oscar Wilde nell’incapacità di sottrarsi all’amore finendo invece per etichettare ingiustamente The happy prince come il passaggio da una natura eterosessuale a una omosessuale di uno scrittore che ha poi dovuto subire la sorte più severa con la condanna prima e lo scherno poi. Terminando la propria esistenza lontano dalla moglie e dai figli che, nonostante sbagli e disavventure,  non aveva mai smesso di amare.

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