MOLLY'S GAMEHo un nome soltanto, Charlie, e non voglio buttarlo via. Sono colpevole.

 

Quella di Molly Bloom è una storia vera e nemmeno granché datata. Correva l’aprile del 2013 quando la donna fu arrestata da 17 uomini armati fino ai denti nel letto della propria casa. Ed erano più di due anni da quando era stata chiusa la bisca clandestina del poker, gestita da lei. Ex sciatrice, ritiratasi dalle gare per un grave incidente, aveva cercato fortuna a Los Angeles finendo però nel giro del gioco illegale. O meglio. Ai limiti del lecito. Quando Molly Bloom litigò con il volgare e squilibrato faccendiere che l’aveva introdotta al mestiere, si mise in proprio. Lo fece con accortezza, facendosi spiegare chiaramente dove fossero i confini per non cadere nell’illecito. Venne a sapere che, sostanzialmente, bastava non trattenere percentuali. E lei si attenne alle regole. Almeno fino a quando non fu costretta dalle circostanze, per non affogare nei debiti. Scivolò su una seconda buccia di banana, accettando al tavolo membri della mafia russa che a lei erano totalmente sconosciuti. Nel 2014 scrisse il libro in cui raccontò la sua vicenda, omettendo i nomi dei personaggi più noti che gravitarono intorno ai suoi tavoli. Tra le celebrità che giocarono a poker nelle sue serate ci furono Leonardo Di Caprio, Macaulay Culkin – il bambino prodigio di Mamma, ho perso l’aereo – oggi anche affermato cantante, Ben Affleck – protagonista di To the wonderL’amore bugiardo -, l’affarista israelo-americano Alec Gores e il banchiere Andrew Beal. Il silenzio della Bloom volle non solo proteggere quei Vip, ma soprattutto evitare di essere tacciata come una sorta di opportunista, lesta a fare incassi e affari vendendo i nomi dei giocatori più chiacchierati. La donna finì addirittura per arrivare al giorno della sentenza dichiarandosi colpevole, pur di non infangare il proprio nome e la sua dignità. Il processo si concluse con una sentenza sorprendentemente mite che ne riabilitò la figura. Il giudice arrivò perfino a dire che un’eventuale maggior severità nei suoi confronti lo avrebbe costretto a chiudere l’intera Wall street, viste le irregolarità che si ripetevano quotidianamente nel tempio della finanza a stelle e strisce.

MOLLY'S GAME

Questa storia, trasposta con il rigore dei fatti, è diventata un film. Molly’s game, prima regia di Aaron Sorkin con un passato da sceneggiatore e vincitore di un Oscar in questa categoria con The social network di David Fincher, ripercorre la successione dei fatti con un film che sfiora le due ore e mezza ma mai lascia accusare il peso del tempo. Il merito va attribuito alla vivacità del racconto che alterna spezzoni processuali e udienze di Molly Bloom (Jessica Chastain recentemente incontrata ne La signora dello zoo di Varsavia di Niki Caro) alla rievocazione dei fatti in un andamento decisamente mosso che non consente pause né rilassamenti. Nessuna estenuante partita a poker, insomma, ma un più vivace sviluppo della trama che si avvale di personaggi studiati nel dettaglio, attraverso una ricerca introspettiva che conferisce loro uno spessore al quale il brio degli attori riesce a donare un carattere in più. Molly’s game non è soltanto la storia di un gioco e di come si sono rovinati alcuni personaggi celebri che amavano il bluff più di loro stessi. È anche una disgrazia familiare, nata all’interno di una casa dove il padre (Kevin Costner), severo e autoritario, era molto temuto dai figli ma aveva un rapporto difficile con l’unica femmina. Il motivo andava trovato, a suo dire, nell’essere stato sorpreso in modo innocente ma imbarazzante, in una relazione adulterina. L’approccio fra i due, da quel momento, è risultato più difficile e – secondo l’analisi dell’uomo, all’epoca dei fatti psicologo – il desiderio di affermazione della figlia, che voleva mostrare di non essere una perdente nella vita, l’avrebbe spinta verso gli eccessi che l’hanno poi rovinata. La stessa droga di cui Molly abusò negli ultimi tempi, ma presto e facilmente dimenticò, una volta uscita dal giro, sarebbe stata solo un mezzo per tenere il fisico all’erta e lavorare senza sosta per incassare il più possibile.

MOLLY'S GAME

Molly’s game è un racconto di straordinarie sconfitte costruito con il piglio e il puntiglio di chi non ha voluto lasciare nulla di approssimativo. I giocatori utilizzati dal regista sono in qualche caso attori ma nella maggior parte esperti del poker come i mazzieri, professionisti di questa specialità. A chi ne ha fatto un mestiere Sorkin ha chiesto consulenze attente per non sbagliare né terminologie né dettagli nell’allestimento delle serate. In fondo, il film non vuol lanciare allarmi sulla ludopatia come forma epidemica del male del secolo, ma intende invece offrire una chiave di lettura sull’ascesa e il declino di una donna, molto diversa da quel diavolo che molti hanno dipinto. E non è un caso se lo stesso avvocato è renitente ad accogliere quell’insolito personaggio ed è la figlia, ben più attenta alle vicende del gossip a svelargli quanto sia lontana da come è stata etichettata. Il montaggio alternato che, nel finale, mette idealmente in correlazione le fasi drammatiche dell’incidente sciistico con la fine della parabola di Molly Bloom nell’universo del gioco d’azzardo, è eloquente di un destino che l’ha accompagnata nello sport come nella vita.

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