loro-1-5L’apparenza inganna solo i mediocri.

Loro sono i potenti. Irraggiungibili. Inarrivabili. Olimpo non scalabile. Eppure ambito, anche se il percorso è l’inabissarsi nel nulla. Vortice di decadenza. Crepuscolo di un declino che sa di fiele. Fatua frontiera dell’inesistente. “Tutto vero. Tutto falso” recita il sovratitolo della locandina. Ma nomi e riferimenti non sono frutto di finzione. Specchio effimero di una realtà in cui si fanno nomi e cognomi, mascherandosi dietro volti posticci di cartapesta. Non a caso le maschere sono la costante del film di Paolo Sorrentino fra teatrino delle marionette, tatuaggi sul fondoschiena di una squillo ceduta al miglior offerente, finte odalische e volti camuffati da asciugamani in sauna, dove un apparecchio distorce la voce di chi parla. Anche questa è maschera. Occultamento di riconoscibilità, non patologia. Riflesso imparziale di un titolo che nasconde. Chi sono Loro. E, come se non bastasse, sublime capolavoro di subdola vigliaccheria, il protagonista assente. C’è ma non si vede. Si sente da lontano. È Lui. Sugli schermi del telefonino e nei dialoghi. E per arrivare a vederlo nei panni di Toni Servillo, che già aveva legato la sua fisionomia ad Andreotti, occorrono tre quarti della durata di una prima parte che naviga letteralmente fra ragazze fin troppo compiacenti e cocaina. Intrighi. Intrallazzi. Tradimenti. Così, sotto mentite spoglie, spunta il talent scout delle squillo, ambizioso e smanioso di entrare nelle segrete sale. Consumatore frettoloso di un sesso che è tramite per la scalata verso il traguardo dei potenti. Nel gioco degli identikit, Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) sarebbe il contraltare di un intraprendente faccendiere barese su una scacchiera che non esclude nemmeno il pelato ex ministro poeta che sognava di far le scarpe proprio a Lui. Sospetti… Ma certo, Santino Recchia ovvero Fabrizio Bentivoglio. E se Kasja Smutniak, che è la moglie del produttore di questo capolavoro di equilibrismo, ha le fattezze di Sabina Began, Noemi Letizia non ha paraventi dietro cui nascondersi. De minimis Sorrentino non curat.

Intanto oltre un’ora di film scorre tra grande bellezza e infinita noia, prima che l’ultima parte abbatta tutti i muri. Lui finalmente appare. Nascosto dietro l’ennesima maschera che non fa ridere. Almeno a detta di Veronica. Elena Sofia Ricci che le somiglia anche nelle linee del volto. È un uomo in declino il divo Silvio, ormai sconfitto dai suoi fedelissimi. Da se stesso. Dai calciatori che rifiutano un contratto con il Milan. E perfino da quella moglie che invoca vacanze in Cambogia e legge Saramago. Apoteosi di un contrasto sintetizzato in una delle tante metafore care al regista in cui il divo Silvio, alla guida di una moto d’acqua si blocca in mezzo al mare. Naufrago alla deriva. Digiuno della meccanica dei motori. Un po’ come il camion della nettezza urbana che esplode per un pretesto – un topo che attraversa la strada – e sommerge di spazzatura il mondo. Non a caso, sulle briciole di immondizia, la dissolvenza sposta il quadro a bordo piscina nella villa in Sardegna dell’affarista fallimentare Morra-Scamarcio, dove il nirvana è uno stupefacente che “sale” e trasforma il mondo in un ovattato paradiso d’amor più fisico che metafisico. Chi non fosse sazio di effimere banalità può lasciarsi travolgere del comico glucosio finale con i due sposini al riparo dal temporale in una giostra, rievocando la nascita del loro sentimento. La colonna sonora. Mentre un imbronciato Apicella sorveglia accigliato Fabio Concato e la sua “Domenica bestiale” che fu anche quella del primo bacio tra Silvio B. e Veronica L.

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Loro 1 finisce in una citazione – voluta o non voluta – de Il divo. I protagonisti si commuovono. Come Andreotti e consorte, seduti su un divano, ripensando ai migliori anni della loro vita tra le note di Renato Zero. Un altro autore, a metà strada fra cantautorialità e interpretazione, e un’altra coppia che torna nei fotogrammi di un Sorrentino, ormai molto a suo agio nel rappresentare la decadenza di un universo italiano che aveva trovato nel film dell’Oscar La grande bellezza la sua premessa più efficace. Siamo da qualche parte non identificata fra il 2006 e il 2010 e francamente poco interessa fissare una data sul calendario. La differenza tra i mondi del leader Dc e quello del centrodestra non è soltanto il transito da una prima a una seconda repubblica mai ratificata – come la Storia invece vorrebbe – da un cambio della Costituzione. La distinzione fra quelle epoche sta nell’inafferrabilità del primo e nella concreta tangibilità del secondo. Berlusconi, per il regista napoletano, sarebbe stato insomma il primo politico effettivamente avvicinabile. Ma il quadro che di lui viene tratteggiato è tutt’altro che lusinghiero. E in Loro 2 già programmato per l’uscita il 10 maggio La grande bellezza si trasformerà in una grande bruttezza ancor più accentuata. Berlusconi sarebbe insomma il potere disincarnato a differenza di chi lo ha preceduto. Tuttavia Loro 1 è soltanto il ritratto di un costume corrotto che trova la sua espressione nel circolo più lascivo che una macchina da presa possa inquadrare. E il giudizio arriva al bivio. Il film patinato di Sorrentino è curato meticolosamente in ogni sfumatura. Ha sequenze di pregio e cinematograficamente conferma le qualità e l’abilità di un regista che non ha più bisogno di consacrazioni. Altra è invece la valutazione politica. Così deteriore da apparire esagerata. Così esagerata da convincere lo spettatore che si tratti di pura finzione. Lasciando in eredità un interrogativo. È rispettoso della verità storica e politica ridurre la statura e lo spessore di un uomo politico al suo triste declino…

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