me1Suona. Sogna. Vola.

La periferia di Parigi è un serraglio. I ceffi non sono i drogati all’ultimo stadio ma i disperati della quotidianità. Grandi e piccini con i nervi a fior di pelle per colpa di una società che respinge. Un’economia che impoverisce. Una città che spesso lascia un violino in mano a un bambino. Solo. Su un tetto con panorama sullo squallore. La tour Eiffel e Montmartre sono lontani dal tempo e dalla memoria. Distrutti nell’immaginazione di un presente di povertà e bullismo che ha il sapore amaro dei nostri giorni a ogni latitudine. E Arnold, una dozzina d’anni di buoni sentimenti e lacrime genuine, ha per amico un archetto e uno strumento considerato l’elite degli strumenti musicali. La mélodie dell’algerino Rachid Hami è una favola metropolitana che usa la metafora di un concerto alla Filarmonica per dimostrare che la collettività, arricchita dal virtuosismo individuale, può trionfare sulle sciagure di tutti i giorni. La trama è semplice. Simon (Kad Merad, già spalla di Dany Boon in Supercondriaco) ,maestro concertista disilluso e demotivato, finisce per insegnare violino in una scuola di periferia. Diventa così il punto di riferimento del mite Arnold, un bambino nero innamorato della musica che vive con la madre ma non conosce il papà. Così “adotta” Simon che nel frattempo ha uno scontro violento con un altro allievo, un bianco, figlio di una famiglia solo all’apparenza perfetta. I genitori sono presuntuosi protervi e spocchiosi. Rappresentano il simbolo sbagliato che un figlio non dovrebbe avere e infatti il bambino si arroga subito il ruolo di tenere in soggezione gli altri coetanei. Il maestro deve ricorrere a tutta la diplomazia che conosce per ricomporre la frattura, anche grazie all’aiuto del dirigente scolastico (Samir Guesmi già incontrato ne L’effetto acquatico di Solveig Anspach). L’esito sarà felice, seppur tra colpi di scena e tensioni, perché il sospirato concerto finale si terrà nell’entusiasmo di una platea affascinata da quei ragazzini fra i quali spicca proprio Arnold come talento solista.

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La mélodie è un film di poche parole e molte suggestioni. Rari i dialoghi, parlano le immagini. La tenerezza di certi volti. Il piglio di alcune espressioni. L’antipatia di altre. La sobrietà è la cifra distintiva che regola e domina la messa a punto della trama e la confezione delle riprese. Non ci sono insomma ridondanze né farraginose riflessioni. Il regista, francese di origini algerine come i due protagonisti principali Kad Merad e Samir Guesmi, si è ispirato alla vita di tante banlieue frequentate e di parte della sua adolescenza, in cui la cultura ha avuto un ruolo di primo piano grazie all’attenzione della madre che lo ha instradato verso la lettura, la visione di opere cinematografiche e l’ascolto della musica, nonostante le difficoltà economiche in casa fossero più consistenti delle ricchezze che vi entravano. Cresciuto sotto gli auspici etico-civili, La mélodie è specchio dell’humus sociale respirato da Hami e trasmesso senza esitazioni dalle sequenze cinematografiche. Nel piccolo Arnold sembra di intravedere proprio l’infanzia dell’autore che, prima del suo esordio sul set, si è lasciato consigliare da chi aveva più esperienza di lui. Abdellatif Kechiche e Arnaud Desplechin sono solo due fra i personaggi ad aver avuto un importante ascendente culturale su Rachid Hami. Pur seducente e in più di un caso toccante nei toni, il film ha il limite di ripercorrere i passi già compiuti da altre opere per il grande schermo di cui si rivela una raffinata copiatura. Su tutte, Il concerto di Radu Mihaileanu dove la scombussolata orchestra del Bolshoi svolge la parte qui ricoperta dai bambini della scuola di musica. Cambiano età e provenienze, stimoli e traguardi ma resta inalterato lo spirito di un’equazione collaudata. La collettività riesce a superare qualsiasi ostacolo e a sconfiggere qualsiasi diffidenza e l’unica individualità in grado di valorizzare il gruppo è il solista. Una violinista bionda allora, un piccolo violinista ora.

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