E vcan1enne l’influenza canina.

Un po’ come l’aviaria. Mucca pazza. Venne e minacciò l’uomo che, con gli animali, è solito usare una via sbrigativa assai. Sopprimerli. Un saggio di questa “abilità” esce cinematograficamente da un recente film francese, Petit paysan di Hubert Charuel dove un allevatore di bovini vedeva la sua mandria attaccata da un virus e successivamente debellata dalle iniezioni dei veterinari di stato. E se le conoscenze sulla patologia sono già scarse in ambito umano, ancor più lo sono in un contesto zoologico. Quindi il terrore di epidemie diventa la molla scatenante della soluzione più estrema. Espulsione. Una morte indiretta e lenta che arriva in punta di piedi. Ma è annunciata a gran voce. Il disinteresse di un popolo asfittico e incapace di ragionare si lascia scorrere addosso ingiustizia e crudeltà.

In un Giappone che verrà – l’ipotetico anno è il 2037 – il sindaco di Megasaki, Atari Kobayashi, diffonde la paura verso un batterio definito incurabile e mette al primo punto del programma elettorale l’allontanamento di tutti cani su un’isola deserta, dove abita soltanto la spazzatura. Tra paura e comoda viltà, i cittadini accettano la strategia tranne il figlio adottivo del borgomastro che non si arrende e, con l’aiuto di un marchingegno, riesce ad approdare tra i rifiuti e i superstiti a quattro zampe. Con loro l’intesa è immediata – Capo, Rex, Boss, Duke e King, i nomi non sono obiettivamente fra i più originali – e la caccia al dolce Spots può finalmente cominciare. L’uomo e il cane, quando si alleano davvero, sono imbattibili e Kobayashi viene smascherato non solo per le sue cattiverie, ma soprattutto per la subliminale menzogna cui aveva fatto ricorso, sostenendo che l’influenza canina era una malattia incurabile mentre invece l’organizzazione animalista, indomita anche nel cinema d’animazione, riesce a dimostrare il contrario. Il cattivo e corrotto sindaco, stanato dal suo castello di bugie, viene esautorato dalle funzioni e una collettività finalmente sensibile al benessere degli animali è ristabilita.

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L’isola dei cani di Wes Anderson è un cartoon per grandi più che per piccini, in cui l’animazione di pupazzi con le fattezze dei meticci protagonisti si richiama a tanti manga, al cinema di Akira Kurosawa e ai fumetti orientali. Non tutto ciò che si vede, tuttavia, è sano e gli insegnamenti vanno in larga parte colti, anche in ciò che poi sarà caldamente sconsigliato tradurre in pratica nella consuetudine. Vietato dunque prendere spunto dal film per l’alimentazione dei piccoli amici di tutti i giorni. Gastronomicamente, il film di Anderson non ha alcuna valenza se non al contrario. Il suggerimento è quello di guardare bene che cosa avviene nelle sequenze per poi fare esattamente il contrario. E vietato è anche ricorrere all’esilio e all’allontanamento per qualsiasi ragione, ovviamente. Se non si è sicuri di volersi occupare coscienziosamente del proprio cagnolino per l’intera esistenza, meglio astenersi dal prenderlo. Un cane non è un giocattolo e il messaggio esce a chiare lettere dalla trama di un film che mostra evidenti e pesanti risvolti politici benché il regista cerchi di scantonare l'”accusa”. Anzi. A più riprese si è lamentato dei “forzati” collegamenti che parte della critica ha anticipato. Tuttavia è difficile non riconoscere in Kobayashi fattezze che ricordano Stalin, non solo nei lineamenti del volto ma anche nella pressione dittatoriale del suo esercizio del potere. Anderson, lontanissimo da interessi politici di qualsivoglia natura e refrattario a questi temi, ha ribattuto sottolineando che la sua è un’opera di evasione. Appare incontrovertibile però che il cartoon non è rivolto a una platea infantile benché siano rispettati i canonici e tradizionali ruoli. Il cattivo vince solamente in prima battuta e viene poi punito dai buoni, che non lasceranno nulla di intentato per limitare le maligne e dannose influenze del rivale.

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Formalmente L’isola dei cani è costruito con abile sapienza cinematografica. La versione originale mette in evidenza i due registri linguistici scelti per separare i regni naturali. Gli animali parlano inglese mentre gli esseri umani usano il giapponese. È il paradigma di un’incomunicabilità di fondo. Le parti sono inevitabilmente destinate a non comprendersi ma, quando la barriera viene superata, l’esito va a buon fine. Se tra i viventi l’uso della comunicazione è necessario per una cooperazione effettiva, gli idiomi sono l’emblema di una divisione che rappresenta in natura l’uso della parola rispetto all’abbaio, soltanto una – e forse la meno significativa – delle forme relazionali esistenti fra i cani. In secondo luogo l’uso della scenografia riflette la maniacale cura alla quale ricorre Anderson nei suoi film. Come già accadde in Gran Budapest hotel e in altri titoli precedenti, le scene sono ricchissime di orpelli e dettagli che riescono comunque a evitare il rischio di cadere in un barocchismo estetico in grado di appesantire la visione. All’improvviso queste ambientazioni, così curate nei loro aspetti più minuziosi, si svuotano completamente lasciando una sola persona al centro dell’attenzione. Il ricorso è frequente con la figura di Kobayashi e ricorre a una tecnica già sperimentata anche in Fantastic Mr Fox. Il regista è più immensamente attratto dall’arredamento scenografico e dall’aspetto esteriore della rappresentazione più che dall’intreccio narrativo, comunque mai ridotto a puro pretesto o a tappezzeria. E se ce ne fosse bisogno si noti che i meticci del film risultano più umani di tanti umani dotati di un raziocinio soltanto presunto. Purtroppo però il pathos o l’emozione sono totalmente assenti. Raramente un cartone animato con un massiccio gruppo di animali come protagonisti risulta tanto algido come i cani di Anderson.

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