L2Senza allegria non si costruisce niente

 

“In politica dobbiamo continuare a svolgere la nostra professione. Vendere”. Ennio, controfigura di Doris, imbecca Berlusconi in una doppia interpretazione di Toni Servillo, attore-feticcio di Paolo Sorrentino che nella seconda puntata di Loro ruba la scena ai personaggi e tenta di rubarla perfino a se stesso. Uno dei difetti più evidenti dell’ultimo film biografico sul Cavaliere sta in questo scacco di un compiaciuto e ormai celebrato attore che si antepone a tutto quello che incontra. Così, l’ex premier finisce curiosamente per diventare l’interprete dell’uomo che dovrebbe invece dargli voce e gesti. Una sorta di narcisismo che si sovrappone all’adulazione con cui gli altri figuri di questa finzione – falsa e vera al tempo stesso, per ammissione del regista – dovrebbe riprodurre stralci di vita sociale del belpaese con una ricca farcitura di invenzione. Loro 2 continua insomma sulla falsariga della prima puntata ammannendo allo spettatore uno spettacolo di fanciulle come contorno della macerazione psicologica di un uomo ingenuo, incapace di farsi una ragione di tante inimicizie da parte dei suoi connazionali. Rancore ai suoi occhi inspiegabile data la bontà intrinseca al progetto di scendere in campo. Faccendieri e traditori fanno un piccolo passo indietro rispetto alla prima frazione e il tormento psicologico dell’uomo politico si impadronisce della ribalta, fornendo una sorta di caricatura dello statista che non risulterebbe offensiva se non fosse l’esposizione al ridicolo di un povero illuso. Ingenuità, ma non solo. Spregiudicatezza di manovre politiche sotterranee per soddisfare ambizioni da premier. Improvvisato puritanesimo nel coprire con la giacca la regina delle Olgettine che gli si spoglia davanti. Fermezza nel bandire la droga. È la contraddizione  il marchio di fabbrica di Berlusconi nel vangelo secondo Paolo. Sorrentino, s’intende.

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E la sovrapposizione del leader con Gesù non è soltanto la provocazione dei plaudenti e questuanti adulatori, ma anche la similitudine con cui si conclude l’ultima fatica del regista. Un Cristo deposto dalla croce viene calato dall’alto delle macerie di una cattedrale abruzzese, dilaniata dal terremoto e adagiato al suolo mentre scorrono le immagini di chiusura sugli uomini della protezione civile, sovrastati dal titolo del film. Loro. Le chiavi di interpretazione sono molteplici. Il tramonto del Cavaliere, simboleggiato da quella sacra deposizione, lascia dietro di sé una scia di macerie iconograficamente rappresentate dalle immagini di quel sisma del 2009 che si trascinò il caso giudiziario delle accuse, rivolte proprio ai danni della Protezione civile. Ma ormai la dissoluzione della stagione berlusconiana era alle porte. Si stava aprendo quella che qualcuno ha chiamato terza repubblica, senza che nemmeno la seconda sia stata accompagnata da un cambio della Costituzione, come questa dicitura invece implicherebbe. Il film si arresta sull’uscio di quel disastro, dopo aver mostrato l’intraprendenza di un governo che, nell’emergenza Abruzzo, si era speso per il soccorso più concreto a quelle popolazioni sofferenti. Ma si arresta anche sul confronto a quattr’occhi fra marito e moglie.

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Silvio e Veronica. Toni Servillo ed Elena Sofia Ricci. Un connubio ormai sfilacciato che mostra le stesse crepe di tanti edifici del centro Italia colpiti dalle scosse telluriche. È la fine di un amore, ma è anche lo scontro fra due persone. Due soggetti. Due cuori. Un ring. Verbale e non fisico, su cui si conferma la lettura della coppia già anticipata da Sorrentino nella prima puntata. Se Silvio appare l’ingenuo e il protervo, Veronica risulta vacua. Vuota. Spoglia. Esce a pezzi da quel confronto in cui la sua personalità soccombe e non riesce a fornire risposte, se non asserragliandosi dietro quella frase che giustifica tutto ma non spiega nulla. “Ero innamorata” risponde all’uomo che le domanda perché fosse rimasta al suo fianco così tanti anni se non c’erano neppure scampoli di stima. Il tribunale familiare si trasforma così nel salotto di una villa dove erano stati cullati sogni effimeri e dove si erano specchiati narcisi di ogni sesso ed età. Ma alla fine della seconda puntata del vangelo secondo Paolo, quando un giudizio complessivo si rende obbligatorio, l’interrogativo è se questo film di complessive quattro ore scarse, diviso in due sezioni, era proprio necessario. Serviva, insomma, al cinema… L’impressione che una nuova puntata de La grande bellezza avesse bisogno di un contesto diverso e questo sia stato individuato nell’epopea berlusconiana è molto più di un semplice sospetto per spiegare un film brutto fatto bene del quale – francamente – nessuna Italia sentiva nostalgia. Raccontare la politica e forse la Storia o – se preferite – la cronaca, presenta rischi. Adottare una serie di episodi – la discesa in campo, il giuramento nelle mani di Napolitano, gli eccessi del Bunga Bunga, i senatori traditori nelle fattezze di una donna che ha i tratti di molte “quote rosa”, il sogno libertario di Forza Italia – senza spiegarne tratti e caratteri resta una parodia che finisce per derubricare il film da opera a operetta.

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