1945-2Ci serve un mondo nuovo, Istvan…

Due uomini arrivano timidamente alla stazione di un piccolo paese. Non hanno bisogno di parole per dire ciò che non è necessario dire. Nemmeno a proposito di un olocausto sul quale tutte le parole sono state spese. E nessuna in più serve. Scendendo dal treno, scaricano un baule di segreti. In silenzio. E nel silenzio lo portano nell’unico punto che li attende. Un cimitero. È un viaggio in punta di piedi. Nessuno viene avvicinato. Nessun interlocutore per questa coppia solitaria che non cerca confronti. Una missione di giustizia, non divina né terrena. Tantomeno giudiziaria. Soltanto la restituzione alla terra di ciò che alla terra appartiene. E in particolare di quella natale. È un gesto, insomma. Un’intenzione. Nulla più di una semplice apparizione. Ma questa timida epifania di un passato doloroso è sufficiente – attraverso la sola evocazione delle immagini – a gettare un intero paese nella paura. Nel tormento. Nello sconforto. Nel rimorso che uccide. I due ebrei ortodossi devono rendere omaggio alla loro famiglia. Alla loro storia. Là dove tutto cominciò. E là depositare ciò che restava di una schiatta sparita nel nulla. Ai piedi delle montagne ungheresi, in un villaggio senza nome, perché potrebbe essere qualunque villaggio di qualsiasi paese del mondo, nessuno ha dimenticato quelle vittime consegnate con leggerezza nelle mani dei loro torturatori. La volontà di proteggersi aveva allontanato da sé il pericolo, ma aveva causato morte. E ora il terrore bussava alla porta sotto la silenziosa forma di due presenze inopinate e inattese.

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1945 di Ferenc Török – un bianco e nero di chiaroscuri anche interiori – è la storia di un’attesa che risveglia incubi. Il tacito e sorprendente ritorno riporta alla memoria di chi è rimasto i contorni della propria colpevolezza. In paese nessuno è privo di responsabilità ed essere stati causa di uno sterminio conduce al dramma interiore. Il notaio, maggior autorità di quel piccolo borgo, aveva tradito amici. Un uomo, ormai in preda all’alcol, era stato anch’egli un delatore. L’oppressione del passato lo ucciderà. Le donne rinfacciano ai mariti la doppiezza usata negli anni della guerra e dei rastrellamenti. Lampi d’angoscia. L’arrivo di quella coppia, da tempo nell’oblio, lascia riemergere la paura. È timore della verità. Terrore del confronto. Ansia di doversi raccontare e spiegare un bacio di Giuda. Stati d’animo controversi uccidono i ricordi e il presente. Fanno terra bruciata di sensazioni che mal si armonizzano con una guerra ormai alle spalle. Poco importa che la bufera sia passata. E i segni di una svolta siano visibili in una normalità solo apparente. La consapevolezza del male compiuto non accenna ad allontanarsi e, senza parole, si riflette negli abitanti di un villaggio che si incolpano l’un l’altro. Si guardano in tralice. Lasciano che la testimonianza di crudeltà passate prendano il sopravvento. È l’ammissione delle proprie dolenti e incancellabili responsabilità.

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Il film ha una durata limitata ma un senso di oppressione consistente e torna ancora una volta sul tema delle conseguenze della seconda guerra mondiale due anni dopo che il cinema ungherese ha regalato Il figlio di Saul di Laszlò Nemesz, Oscar nella categoria straniera nel 2016. Nel caso di 1945, l’approccio è mediato. Filtrato. Diverso per tematica rispetto al connazionale, è profondamente differente rispetto all’ampia cinematografia della shoah anche nella sua costruzione. Non ci sono confronti accesi sul passato. È totalmente assente ogni forma di contrasto interpersonale. La macerazione è interiore e psicologica. Una perdita di prestigio che si riflette a eventi ormai conclusi. L’anno del titolo non ha collocazione precisa. Si percepisce esattamente che il conflitto non è più in corso, ma i conti – si sa – si tirano alla fine. E nel piccolo villaggio magiaro si consuma il timore e la diffidenza di un’attesa che sembra promettere una resa di conti mai concretizzata. È la coscienza a dover scrivere la sua pagina di esperienza. Il rientro della coppia ebrea è il segnale che mette anime allo specchio con loro stesse. E di fronte a un verdetto talvolta irreversibile. Il rimorso uccide come la spada e il tradimento. Il tempo non sempre dimentica o cancella. Soprattutto  quando la tragedia non provoca l’irruenza del rinfacciare azioni e atti di ieri. Il film, costruito su uno sguardo a ritroso che ha il sapore del flashback solo indirettamente, aspetta un giudizio che non arriva se non nell’intimo di ognuno. Spettatori compresi.

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