Unknown-1Settant’anni dopo. L’impressione è che siano passati millenni, ma la memoria è ancora forte e fresca. Ha il sapore di una guerra fredda che nel 1949 era appena cominciata, ma già lasciava intuire i dialoghi strozzati e le cesure poi portate con sé. Se poi a narrare i risvolti di una fra le stagioni storiche più convulse e difficili del secolo breve è un polacco che parla della propria nazione e delle sofferenze subite prima, durante e dopo il secondo conflitto mondiale, è inevitabile l’assorbimento e il teletrasporto cinematografico in una stagione storica oggi così lontana, ma al tempo stesso tanto sorprendentemente vicina. Incrocio dei tempi. E ora che i muri sono crollati e i polacchi possono ridere un po’ più spensierati sotto il sole della Costa Azzurra, Cold war di Pawel Pawlikowski riporta indietro le lancette a un’epoca lontana anni luce. In realtà misurabilissima. Quei settant’anni, appunto, che tra sette mesi scoccheranno inevitabilmente. Il film ha un rapporto profondissimo con il trascorrere dei mesi e il tramontare degli statisti e delle forme di governo. Si comincia con le macerie del 1949, si finisce con altre macerie – nei primi anni Sessanta – in cui qualche piccolo passo è stato fatto ma moltissima è la strada ancora da percorrere.

Zula (Joanna Kulig già con Pawlikowski per Ida e con Anne Fontaine in Agnus Dei) è una ragazzotta di provincia che cerca di farsi strada e viene notata da Viktor (Tomasz Kot), direttore di un’orchestra folk in Polonia. Tra i due scocca una scintilla che si trasforma in un fuoco di sentimento più che di passione e attraversa le vite dei due personaggi, uniti anche nella lontananza e nel divaricarsi delle strade. È la Storia a decidere per loro. Disgiungerli. Farli ritrovare. Lei rimasta in Polonia come icona della perfetta “artista” staliniana. Lui in perenne attesa della donna che ha trafitto e infilzato il suo cuore per sempre. Dalla Polonia all’Unione Sovietica. Da una Berlino che allo stesso tempo è Est e Ovest, comunismo e pluralismo, a una Parigi dove il fermento culturale è vivo e frizzante. Dalla Jugoslavia alla terra natale che ha il dente avvelenato, Zula e Viktor camminano insieme e si perdono. Si ritrovano e litigano. Si amano e non si vogliono mai più lasciare. Legame che attraversa geografie di un continente in cui la bussola dell’amore conosce sempre la direzione e sa dove puntare l’ago. Zula e Viktor, divisi anche dal carcere, non smettono questa rincorsa con il fascino di una poesia sottolineata dallo struggente bianco e nero delle riprese del regista. Scorci da capolavoro accanto a un intreccio che conquista il cuore e risveglia l’emozione anche quando risulta scontato pur nella sua turbolenza.

Unknown

Zula e Viktor sono i volti di un popolo che non ha mai smesso di soffrire, stritolato fra le potenze che lo hanno divorato a più riprese nella Storia. Sempre con la maiuscola. E diventano perfino gli obiettivi della vendetta. Lui è il transfuga, quello che ha abbandonato l’ideologia e sputato sulla sua patria, contesa e dilaniata, lei è invece la polacca modello, irreggimentata come si deve. Cold war è un film di atmosfere che acquisisce un valore immenso, offrendo uno spaccato dell’Europa dagli albori della Guerra fredda in poi attraverso l’amore. Un legame che si confronta con un ambiente sociopolitico ostile, nel quale combatte per sopravvivere e difende le proprie pretese e la sua natura a qualunque costo. Molto suggestiva la suddivisione in capitoli che coincidono con luoghi diversi del Vecchio Continente nei vari anni. La narrazione è costruita con una consequenzialità che tende mostrare al pubblico i cambiamenti nelle micro epoche toccate, sottolineando come le differenti matrici ideologiche abbiano finito per boicottare e rendere impossibile un amore invece possibile. Dedicato non solo a chi si commuove davanti a un sogno intessuto di sentimento, ma anche a chi ama tornare a un passato che conserva suggestione e fascino perfino quando non c’è motivo di sentire nostalgia. Gli scorci della Polonia del dopoguerra, come quelli di una Berlino divisa e della Jugoslavia titina non accendono la malinconia a differenza di Parigi, scintillante di fermento culturale e voglia di vivere.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , ,