imagesUna ragazza nata nel corpo di uomo e talmente perfetta da apparire indistinguibile. La interpreta un attore che non sembra en travesti finché non resta nudo al di sotto della vita. Lara è una femmina quasi naturale, se non fosse… A tradirla è un imbarazzo psicologico che non è capace di superare, nonostante il sostegno del padre. Lara (Victor Polster) coltiva il sogno di diventare ballerina. La scuola dubita di un talento ancora troppo acerbo, ma la forza di volontà prevale. Prove ed esercizi si trasformano in una tortura fisica, ma la determinazione della sedicenne abbatte ogni ostacolo. Tranne uno. Il percorso per cambiare sesso anatomicamente è più lungo e tortuoso del previsto e, nel frattempo, le compagne di corso pretendono di sapere. Vogliono la verità su quell’adolescente che non si spoglia. Non fa la doccia con le altre. E nasconde un’ambiguità poco convincente. Lara non ha più coraggio. Non accetta di mettersi a nudo, nel senso più pertinente del termine, ma non è nemmeno in grado di confessare in casa ciò che le impedisce di mangiare e di essere di buon umore, nascondendosi dietro frasi di circostanza. È il dramma che arriva fino alle estreme conseguenze. Durante le cure ormonali in preparazione dell’intervento, i medici le raccomandano quella calma e serenità che diventano un incubo, tanto maggiore è l’insistenza con cui le vengono caldeggiate.

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Girl del regista fiammingo Lukas Dhont è stato proiettato in prima mondiale a Cannes nella sezione in concorso “Un certain regard” e tocca un tema particolarmente sentito in questo scorcio degli anni Dieci. La mente. L’animo. I gusti. Il ragionamento. Le ambizioni. Tutto abita in un involucro fisico sbagliato. È transessualità a tutti gli effetti, ma il termine ha una connotazione troppo eroticamente ambigua per non rischiare di essere frainteso e confuso con un contesto che porta in primo piano solo l’aspetto erotico. Quella di Lara è una tragedia psicologica che mette in pericolo e arresta il fluire di un’esistenza normale. Ogni incontro nasconde insidie. Perfino lo specchio diventa un nemico acerrimo, di quelli che non perdonano e sottolineano le cause e le origini di un disagio che è molto più che una semplice difficoltà. La discordanza corporale è il fulcro di una sofferenza che non ha nulla di altro se non dramma psicologico interiore. Lara non ama nessuno. Non può farlo. Non ha attrazioni. Le resta la sua indole allegra e spensierata. Strozzata da amarezze più forti di lei e di una vita che non riesce a prendere la giusta piega. Nel vortice precipitano tutti coloro che le stanno accanto. A cominciare dal padre, figura affascinante di uomo comprensivo, dedito al bene di quella figlia nata figlio. Ne condivide i patimenti. Ne spartisce il dolore. Nulla può, però, per ridurre e azzerare la lacrime interiori di una ragazza incapace di restare in camera da sola con se stessa.

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L’angoscia che prende forma sul grande schermo è la stessa che contagia la platea. Il film non ha alchimie di montaggio e si svolge secondo una narrazione lineare in un climax crescente fino al culmine della tragedia di questa sedicenne, in lite ossessionata con un destino che le ha tolto la tranquillità di un’adolescenza normale. Gli spettatori si lasciano trasportare – forse addirittura eccessivamente – da un tema che tuttavia non smette di avere un grande attrito, soprattutto quando è completamente spogliato di ogni connotazione legata all’eros e al legame di coppia. Non nasce per compiacere un approccio amoroso, ma per un dissidio intimo. Personale. Individuale. Il regista, Lukas Dhont, è alla sua prima opera ed è stato promosso dalla platea di Cannes ma rischia di disorientare quella fetta di pubblico pronta a sospirare per una trama strettamente legata ad un argomento tutt’altro che inedito. E questo forse è il limite maggiore di Girl, troppo ancorato a un déjà vu dei nostri tempi.

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