UnknownSe qualcuno volesse smontare le teorie di Cesare Lombroso, tese a dimostrare che il volto è spia di una delinquenza reale o potenziale, come del resto anche il suo contrario, Gueule d’ange – che in italiano significa “Faccia d’angelo” ma non è certo che venga distribuito con la traduzione letterale del titolo originale – è il film più adatto. La regista francese, Vanessa Filho, ha scelto come protagonista Marion Cotillard, premio Oscar nel 2008 per La vie en rose dalla quale tutto ci si attenderebbe, eccezion fatta il personaggio della madre degenere e sbandata, cui il volto Dior per eccellenza presta invece la sua immagine. Insomma, un azzardo coraggioso e tutto sommato riuscito. Marléne è una donna che vive l’emarginazione. Ha una figlia Elli, avuta da chissà chi, e vive di poco. Nascosta tra le pieghe di una società che sembra rifiutare persone come lei, ha un’amicizia intensa con una parrucchiera e trova un uomo disposto a sposarla. Ma proprio il giorno del matrimonio si fa sorprendere in flagrante adulterio e torna sola con la piccola. Nell’ennesima notte di eccessi alcolici e sbandamenti erotici, abbandona la bambina  che cerca così qualcuno in grado di prendersi cura di lei. Incappa in un ex campione di immersioni subacquee che tenta ogni volta di riportarla a casa da una madre introvabile. Tuttavia prova tenerezza e affetto per quella piccola che continua ad andare a scuola, benché a singhiozzo. Il giorno della recita di fine anno, l’uomo mantiene la promessa fatta alla bimba e va ad assistere, ma improvvisamente – dal nulla – ricompare anche quella madre sciagurata.

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Un finale sorprendente e magico tocca uno degli aspetti cruciali. L’uscita dalle favole e da quella vita poetica e immaginaria in cui molti – anche al cinema – vogliono ostinarsi a credere. E a diffondere negli altri la stessa prospettiva. Elli incamminata sulla strada in una metafora che rende il suo cammino paragonabile alla vita futura, si spoglia dei panni della sirenetta in cui era chiamata a esibirsi e semina il panico nella madre e in quel nuovo amico dal quale voleva farsi adottare. Realtà e astrazione continuano a sovrapporsi e ad accavallarsi in un film in cui ogni volta che l’una sembra prevalere, si assiste a un brutto e crudele ritorno a una quotidianità ben più dura. Cattiva. Soglia dell’inferno. E la bimba tenta la fuga con un trucco che ricorda l’epilogo di Birdy di Alan Parker. Soltanto nell’abbraccio degli abissi si chiarirà il destino dei protagonisti sui quali spicca la bravura della piccola Ayline Aksoy-Etaix, della quale in futuro si tornerà a parlare, dopo questa prova di altissimo livello che non la fa affatto sfigurare accanto a un’attrice di carisma come la Cotillard. Quest’ultima interpreta una madre disinteressata ed egoista. Crudele sotto l’aspetto mite. Vittima delle proprie esagerazioni alcoliche e sessuali. La donna che nessuno vorrebbe incontrare, qualsiasi sia il tipo di legame da stringere con lei.

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Tuttavia, il tema principale che emerge da Gueule d’ange è quello dell’abbandono dei figli, soprattutto se minori e in tenerissima età. Incapaci di mantenersi da soli. È crudeltà ma anche sconfitta. La madre denuncia e dimostra la propria incapacità a svolgere quel ruolo e quel compito. Fugge dalle proprie responsabilità prima che da quella piccolina, senza colpe per il destino cui va incontro. Il “mestiere” di genitore, insomma, si conferma uno dei più difficili in questo terzo millennio che, oltre a crisi di identità  di altro tipo, vi aggiunge quella di non saper affrontare compiti naturali. È la resa anticipata, prima ancora di essere un tentativo non riuscito. E in questa chiave il personaggio della Cotillard risulta odioso e respingente. Perfino arrogante e falso anche nella fase sorprendente e controversa del suo ritorno. Non c’è un cenno ai giorni trascorsi lontana dalle mura domestiche. Tutto sommato, non importa. Ad emergere è la fragilità e la repulsione per una figura che di materno ha perso tutto e, nell’attaccamento finale a quella bambina, sembra perfino mostrare i limiti della propria arroganza inutile. Cannes ha così esplorato i versanti opposti delle crisi familiari più gravi. Con Girl, applauditissimo, ha raccontato le crisi identitarie di un’adolescente in un corpo maschile. Con Gueule d’ange, anch’esso commovente e acclamato, ha evidenziato le debolezze degli adulti. Il quadro di una società sconfortante, fatta di larve di uomini e donne decisamente meno maturi della loro progenie, è sotto gli occhi di un pubblico che riconosce sul grande schermo i mille casi di cronaca incontrati a ogni latitudine geografica. Perché oggi forse sono le difficoltà umane a pesare più di ogni altro ostacolo. Fuga e sottrazione sembrano l’unica via di uscita che legittimano solo la viltà.

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