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Per i cani l’uomo è Dio. I gatti sanno come stanno le cose. L’uomo è l’intermediario con la volontà di Dio.

A suo modo, Istanbul miagola. La metropoli turca, a cavalcioni fra Europa e Asia, è città di gatti. E Ceyda Torun, regista che lì è nata, ha fatto recitare questi attori a quattro zampe senza costringerli ad attenersi ad alcun copione. I mici, insomma, sono loro stessi. Nella quotidianità del loro “lavoro” e delle loro abitudini. Senza forzature se non quelle determinate dal progresso – chiamiamolo così anche se non sempre lo è – che spesso sottrae spazio vitale a questi animali. Il verde si riduce ma Sari continua a fare il suo mestiere, cioè acchiappare cibo per i suoi cuccioli. E poco le interessa se dai caffè o dai ristoranti viene rispedita sul marciapiede senza tanti complimenti. La piccola soriana, nel suo minitour della zona, ha fatto amicizia con un negoziante che le permette di stare lì a bella posta. Lei fissa i clienti finché regolarmente non le viene sganciato qualcosa. Il patto tra Little Lion e lo chef è invece chiarissimo. Quello strano tipo con il camice bianco che cammina su due zampe sa che Aslan, vero nome del gatto, è il custode del luogo. Non ce l’ha con gli uomini ma con i roditori, acerrimi nemici per natura, che sorveglia la sala del più famoso locale di cucina di mare affacciato sul Bosforo. Il piccolo, a pelo lungo bianco e nero, non ha mai ricevuto una strigliata sebbene di pesce sia ghiottissimo. Una scodella di pappa prelibata non gliela toglie nessuno e Little Lion ormai è un’autorità del quartiere.

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Ruolo identico a quello che si è ritagliata Psikopat, una femmina di quattro anni che vive a Samatya, una delle zone più antiche. Nel rione non c’è nessuno che non la conosca e non ne rispetti il prestigio. Psikopat  – nomen omen – sa il fatto suo. Vive alle spalle di una vecchia chiesa – avete capito bene, anche se Istanbul è una capitale islamica – seminascosta dietro una sala da thè. Cani. Pescatori. Topi. Lei non teme nessuno, piuttosto sono gli altri a dover fare i conti con lei, considerata ormai da tempo la vera padrona di quelle strade. Gamsiz è un gran furbacchione, invece. E non ha molta voglia di lavorare. Però è un arrampicatore eccelso. A Cihangir, il quartiere degli artisti, non se la passa poi male. Non c’è albero o muro che non sia capace di scalare e con la sua agilità arriva dappertutto. Conosce l’arte della seduzione e del fascino e in zona non c’è nessuno che gli resista, negandogli un po’ di coccole e di affetto. D’accordo non si vive solo di espansività, ma per i mici la Montmartre turca è un paradiso e Gamsiz conosce come spremerne il meglio.

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Duman è un gatto di strada e non se ne vergogna. La pappa… Quella non è un problema. Ha preso confidenza con un ristorante, ma sa bene che gli è vietato l’ingresso e si attiene scrupolosamente alle regole. In cambio i camerieri gli portano carne e formaggio, il suo menu preferito. E se non basta c’è sempre qualche cassonetto da svaligiare. Kedi, la città dei gatti di Ceyda Torun è un racconto a quattro zampe dove l’uomo interferisce al minimo sindacale del tempo e dei ruoli. Macchina da presa ad altezza gatto, per un’ora e venti si gusta Istanbul vista da trenta centimetri di altezza. Uomini che sembrano giganti irraggiungibili. Altezze improvvisamente raggiunte scalando tetti, alberi e muri. Perché la vita da felini è questa. Il film ha il grande pregio di insegnare l’amore per gli animali. Gatti, cani o quant’altro, poco conta. Sono parte della nostra vita. Sono la nostra vita. E hanno da insegnarci più di quanto l’uomo dovrebbe aver appreso nei secoli ma non perde occasione di dimostrare il contrario. Dedicato a chi ha, ha avuto o avrà ancora un quattrozampe cui legare la propria quotidianità e il destino. Perché a sei zampe si vive meglio. Provare per credere.

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