LA1Lazzaro è nome che inquieta. L’amico di Gesù, risorto dopo la morte. E qualsiasi persona associ al nome una proverbiale e cromosomica indolenza. Bizzarro diminutivo di un pigro per antonomasia. Alice Rohrwacher, quel nome, lo ha risciacquato. Profuma di ingenuità e candore. Ha il sapore di un animo puro che nessuna contaminazione ha saputo modellare o modificare. Nemmeno plasmare. Un animale raro, immune al progresso che sa di regresso e alla saggezza derivante dalla maturità. È felice e non ne conosce il motivo. Esce dall’era della mezzadria ed entra in quella industriale con la stessa disinvoltura di un clown sulla pedana del circo. Compie gesti semplici. Ragionamenti lineari. Resta identico alla propria fisionomia mentre tutti, intorno a lui, cambiano volti. Età. Lazzaro immutabile attraversa il tempo. Le passioni. Lega l’adolescenza al presente perché, se di fronte a sé scopre con sorpresa l’evoluzione dei familiari rispetto al periodo della sua infanzia, lui è rimasto Lazzaro. Felice.

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Lazzaro felice di Alice Rohrwacher è la storia di un’amicizia sofferta, forse perfino immaginaria, anche se affatto fantasiose sono le trasformazioni che lo circondano. Cresciuto all’Inviolata, feudo della marchesa Alfonsina de Luna (Nicoletta Braschi), dove viene coltivato il tabacco, Lazzaro incontra Tancredi, figlio della nobildonna e ben consapevole della crudeltà di sua madre, tutt’altro che timorosa di ammettere di approfittarsi di quella comunità di contadini. “La vita è sfruttamento. L’importante è che quegli agricoltori non lo sappiano o non se ne accorgano, così si sentiranno liberi” dichiarerà, altezzosa, la latifondista. I due ragazzi trovano una spontanea intesa ma sono facce opposte della gioventù. Se Lazzaro è il genuino ingenuo, Tancredi è il ribelle che si sottrae all’autorità materna. Per questa ragione mette in atto una fuga dal mondo restando rintracciabile dal solo Lazzaro. Finché a scomparire non sarà una persona ma un mondo intero. Il progresso cancella la mezzadria e quella comunità rurale viene traslocata in una città per continuare, in un contesto tardo industriale, la propria vita di emarginazione.

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A vario titolo, tutti cercheranno di indossare vesti nuove per affrontare il cambiamento. Tranne Lazzaro, all’inseguimento di Tancredi. L’unico ad essere scomparso davvero, con il progresso e l’inurbamento. Inizia così la sua rincorsa a ciò che quel ragazzo simbolicamente rappresenta. L’amicizia. E non a caso sarà introvabile. La collettività rurale sopravvive tra gli espedienti. Il contabile della marchesa è un robivecchi che spoglia gli immondezzai e vive di piccoli furti. La nobildonna, depredata dalla voracità delle banche, si è dissolta in una povertà che soltanto il simulacro di se stessa riesce faticosamente a nascondere. Una malcelata nostalgia all’insegna del “si stava meglio quando si stava peggio” si fa strada lentamente e cautamente in un gruppo di straccioni ai quali è lo stesso Lazzaro a insegnare la commestibilità di erbe spontanee che crescono ai bordi della strada, travolta dall’inquinamento. Il film di Alice Rohrwacher, presentato a Cannes dove è stato premiato per la miglior sceneggiatura, è una fiaba cinematografica che attraversa il mondo della povertà e del progresso in rapporto alle evoluzioni umane e sociali.

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L’immutabilità di Lazzaro al cospetto di familiari che si abbruttiscono con l’ingresso in una metropoli priva di caratteri di riconoscibilità rappresenta l’incontaminata leggerezza della genuinità di un’opera a due facce. La prima parte, interamente ambientata nella campagna, a tratti ricorda una maniera stilistica vicina a L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, benché distante dal lato contenutistico e dall’uso del dialetto. I colori radiosi ma bui scompaiono per lasciar posto ai grigi di una città che unisce la desolazione delle nuove forme di indigenza all’emarginazione dei dimenticati, dei miseri, dei senza lavoro ma soprattutto senza professione, costretti all’imbroglio e all’inganno. E proprio in questo discrimine tematico sta – al tempo stesso – il valore e il significato di uno spunto che va al di là delle epoche descritte. La truffa della marchesa per piegare alla sofferenza i contadini e appropriarsi dei loro guadagni, negando perfino la mutata regolamentazione legale, si coniuga con i raggiri necessari per mantenersi nella società del progresso e della garanzia. E, per traslato, la frode si allarga e si amplia nel concetto stesso di un’evoluzione, immaginata come un processo che porta con sé il miglioramento collettivo mentre si rivela il fallimento di ogni aspettativa e la delusione di un innalzamento sociale anche per le categorie più sofferenti. Insomma, una sorta di “tutto cambia perché nulla cambi” già anticipata e teorizzata da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo che trova ora una sorta di applicazione per immagini di questo travisamento formato imbroglio.

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