end1L’ingiustizia ci fa ardere d’ira. Ma non ci sommergerà.

 

La sera che Roman J. Israel, tornando a casa, si accorse di aver infranto la legge decise di intentare una causa contro se stesso. Non gli aveva detto bene la vita. E l’ultimo sgradevole atto fu la perdita dell’uomo che gli consentì di iniziare la carriera sempre sognata. Ma ciò che lo aveva spiazzato veniva dall’interno del suo animo. Dipendeva da lui e da lui era generato. Era quella sorta di innata purezza che lo portava a difendere ogni questione che attenesse ai principi, poco importa quali fossero causa ed esito. Roman J. Israel non era un fulmine di guerra perché nelle aule di tribunale non era mai entrato. Si limitava a preparare i casi che il suo pigmalione avrebbe poi discusso. Nonostante ciò, di delinquenti ne aveva conosciuti e ne conosceva. È una galassia dove tutto è ammesso, ma dove tutto presenta – presto o tardi – un conto ben più che semplicemente salato. E vendere una confidenza non è colpa che si dibatta davanti a un giudice. End of justice, seconda regia di Dan Gilroy, indaga proprio il tema della giustizia da una prospettiva diversa da quella del solito errore giudiziario. Ma è vietato lasciarsi ingannare, il titolo in inglese non è quello originale bensì quello “tradotto” per il pubblico italiano, che si avvale anche di un sottotitolo, peraltro poco originale, “Nessuno è innocente”.  La versione originaria è infatti Roman J. Israel Esq.

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La differenza non è sottile. La versione, per così dire “italiana”, è un giudizio sulla vicenda.Quello pensato dall’autore riflette invece l’intento, ossia uno spaccato della vita di un personaggio, purché immaginario. Una biografia, si potrebbe definirla se il protagonista fosse reale e non di fantasia. Il film resta comunque il racconto di una vita e, a ben vedere, di una scelta. Quella di gettare in pasto a un cacciatore di vendetta il dettaglio utile a saziare la sua sete. Al di là della valutazione di merito sul comportamento, la trama propone una doppia tematica. Da un lato, quella relativa ai confini della responsabilità e al loro allargarsi all’ambito di ciò che è professionalmente ammissibile. Frontiera che a sua volta si estende verso un’altra sfumatura nell’interpretazione dei propri compiti, con la distinzione fra ciò che socialmente, eticamente e civilmente è giustificabile e ciò che non lo è invece laddove la si valuti da un’ottica forense. Dall’altro lato c’è già un commento in quell’End of justice che sembra far rima con “Nessuno è innocente” e viene ripreso dallo stesso protagonista. “Tutti abbiamo a carico colpe ed errori, bisogna perdonarsi reciprocamente” spiega Roman Israel. Tuttavia il suo sbaglio esula dalla buona fede da lui sempre difesa, a rischio di pagarla con un solenne scorno. In lui c’è premeditazione e scaltrezza per assicurarsi un guadagno. Una ricompensa. Il famoso “Reward” di tanti film western. Ovvero la taglia. La soglia segna dunque un cambiamento totale ed epocale del personaggio, al di là della deontologia legale. Il difensore dei principi, dall’indole caritatevole e soccorritrice si trasforma in un opportunista, lesto a ricorrere a trame sotterranee per il proprio interesse, in questo caso pecuniario.

Denzel Washington stars in Roman J. Israel, Esq.

In realtà Israel poco se ne farà del malloppo estorto, gli servirà per cambiare vita, prendere in affitto una nuova casa e trasformare il guardaroba. Il cambio interiore nella gestione dell’etica si riflette insomma in quello esteriore con una radicale sterzata che viene notata da chi lo circonda. Non ultimo George (Colin Farrell già visto in Animali fantastici e dove trovarli oltre che ne L’inganno di Sofia Coppola), il rivale in affari del talent scout di Israel che lo associa al proprio ufficio, dove la giustizia viene “gestita” con un’attenzione precipua all’ammontare delle parcelle. È una forma di commercio che fa a pugni con la moralità di Israel prima del suo mutamento improvviso. End of justice è un film di grandi ambizioni, in parte tradite. Nei panni del protagonista c’è Denzel Washington, già vincitore di due Oscar per GloryTraining day, che – proprio con End of justice – ha collezionato una nuova candidatura agli ultimi premi, senza riuscire a conquistare la statuetta, poi andata a Gary Oldman per L’ora più buia. Di fatto il film sembra costruito apposta per valorizzare e mettere in luce la capacità attoriali, peraltro mai discusse, di Washington mentre la regia mostra lacune dal punto di vista della sceneggiatura. Non viene spiegato, ad esempio, un dettaglio nemmeno tanto ininfluente. Perché mai Israel avrebbe dovuto imbarcarsi in un gesto così abietto per accaparrarsi una valigia di dollari, essendo già stato assunto nel più affermato studio legale concorrente. E che cosa lo avrebbe spinto a snaturare completamente il suo idealismo senza che nulla lo abbia direttamente causato. Infine resta irrisolto uno spunto appena accennato, il trattamento discriminatorio adottato nelle aule dei tribunali americani nei confronti dei difensori appartenenti a etnia afro. Tre difetti che non derubricano alla mediocrità un film più che accettabile, ma dimostrano l’incompiutezza di un regista che nasce sceneggiatore e cade proprio su ciò che dovrebbe saper fare meglio.

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