fuga3È meglio nutrire rimorsi che rimpianti.

 

La famiglia tradizionale francese è in crisi. E poco importa se il mal comune è mezzo gaudio, perché trattasi di un paradigma cui non ci si sottrae per geografia. Quindi varrebbe anche al di fuori dei confini transalpini. In tema di abusati adagio della retorica, non è nemmeno chiarito se sia vero che in amor vince chi fugge e, almeno a guardare L’arte della fuga di Brice Cauvin, tra addii paventati e consumati, attrazioni fatali dell’ultim’ora e amori ri-trovati in extremis, quelli che scappano non sempre hanno la palma del trionfatore. C’è chi piange, chi se la fa andar bene e chi non sa se andrà bene. Un po’ come tutti e come sempre, si dirà. Ma in questo poco augusto e normalissimo casato di una Parigi della media borghesia, c’è del marcio già fra papà e mamma, due che si sono sposati per allegria, mettendo il sesso davanti al sentimento, confidando che – prima o poi – anche quest’ultimo sarebbe arrivato. E, in effetti, a modo suo giunge a destinazione, pur senza mai trasformarsi in alcunché di più. Al punto che anche per la futura sposa di uno dei tre figli, poco conta se sia veramente amata dal designato maritino con inclinazione all’adulterio già in fase prematrimoniale perché viene difesa a spada tratta in quanto simpatica al paparino.

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Naturalmente, se Louis s’invaghisce della mora Mathilde al posto di portare all’altare la bionda Julie e oscilla senza sosta dall’una all’altra, i suoi fratelli non hanno miglior sorte. Gerard non si consola dalla separazione voluta dalla moglie Hélène, innamoratasi di un altro, e continua a sognarne un ritorno impossibile, finché non trova un’amicizia ricambiata con Ariel (Agnés Jaoui già vista in 50 primavere di Blandine Lenoir). Antoine (Laurent Laffitte, lo stupratore di Isabelle Huppert in Elle di Paul Verhoeven) invece è omosessuale ma la musica non cambia. Vive con Adar ma s’incapriccia di Alexis e scopre che nella loggia gay – come e forse più che in quella etero – la fedeltà è un miraggio e il tradimento è dietro l’angolo. Morale, fuga collettiva, con poca arte a dispetto del titolo e tanta parte. E se qualche coppia, nel finale si ricompone o sembra comporsi, per altri è la fine di tutto, a partire dal pater familias che dopo molti campanelli d’allarme viene colto nel sonno dal fatale coccolone. L’uscita di scena per cause naturali si coniuga ad altre meno irreversibili, ma altrettanto drammatiche e le lacrime iniziali di Antoine si spiegano solo nelle scene finali quando il cerchio della trama si chiude in un meccanismo di sceneggiatura oggi frequentatissimo da molti registi. Un accenno di narrazione, una cesura improvvisa per far luce su un antefatto regolarmente molto articolato e, in conclusione, il ritorno a quel punto sospeso con successivo epilogo.

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L’arte della fuga è un film di situazioni dove l’intreccio risulta poco avvincente, in quanto ridotto ai minimi termini, nondimeno si scopre accattivante e simpatico pur davanti alla scanzonata immaturità di tutti i protagonisti, inevitabilmente attratti dal fascino irresistibile del correre a gambe levate verso l’apocalisse. Anche lo stesso Louis che sembra accasato fin dall’inizio è in continua oscillazione e quando scappa dall’una per riparare nelle braccia dell’altra il sapore prevalente è quello dell’abbandono più che dell’approdo. Situazione speculare per Antoine nella sua versione omo. Questo mistero della fuga – sempre accennato ma mai completamente risolto, perché nessuno dei protagonisti sembra esserne soddisfatto e tutti appaiono subire il destino dell’allontanamento – offre al regista l’opportunità per approfondire il tema principale del film. L’incrocio tra rimorso e rimpianto e il loro punto di intersezione costituito da relazioni, più che amori, perennemente sul punto di sfilacciarsi rappresenta il perno tematico di un impianto in cui inevitabilmente il rimorso si collega al male compiuto di cui si acquisisce una consapevolezza tormentosa mentre il rimpianto costituisce il nostalgico pensiero di un passato concluso che si vorrebbe ancora vivo. In sostanza il non fatto in rapporto a ciò che di sbagliato è stato colpevolmente commesso. Un quadro in cui non rientrano solo le piccole incidenze occasionali ma perfino considerazioni più ampie come l’educazione e i principi trasmessi ai ragazzi da due genitori, bonari bamboccioni di un tempo che fu ma nulla più. Non è un caso che per nessuno sia ammissibile il ritorno in una sorte di irreversibilità che tocca anche la colonna sonora, composta da pagine classiche prese in prestito da un repertorio poi riadattato. Destino che si ricollega alla raccolta di composizioni di Bach, rimaste incompiute per la morte del musicista.

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