tito2Non si può più parlare con i morti.

 

E alla fine gli “alieni” vennero davvero. A stanarli un professore in preda alla nostalgia. Allo sconforto di una vedovanza che nel suo spirito ha seminato un’altra forma di morte. Inconsolabile. È solo nel deserto del Nevada, il prof. Abbandonato a una depressione che gli toglie la voglia di vivere e di studiare. Nel suo caso, il cosmo. L’universo e le sue galassie. Il laboratorio che ha costruito nel nulla di montagne dall’eco di Zabriskie point, “a due passi” dal divertimentificio di Las Vegas, è il silenzio di una solitudine incolmabile. Un terremoto improvviso scuote i giorni piatti del docente (Valerio Mastandrea, già protagonista di Perfetti sconosciuti) con l’arrivo dei nipotini Tito e Anita, rimasti orfani. Il dolore si moltiplica e le vie d’uscita si riducono perché con i morti è impossibile dialogare, anche se il tentativo non viene mai a mancare. Commovente l’uso di una fotografia da comodino alla stregua di un cellulare in linea con l’aldilà. Fantasia. Balsamo per cuori in astinenza che trovano un insolito effetto placebo in un gesto che ha il sapore amaro dell’illusione delusa. E della sua consapevolezza. Il laboratorio del prof, inutilizzato da tempo, sta per essere chiuso proprio quando il piccolo offre l’impulso decisivo a farlo entrare in funzione. E l’incanto si compie. A pochi metri da un pubblico scettico di trepidanti personaggi, ognuno dei quali con qualche congiunto preso in ostaggio dal destino, si materializzano… gli “alieni”. Non parlano. Ma vederli sorridere è una medicina. Il resto sono galassie. Sperdute nello spazio profondissimo dove tutto si attenua. E poi muore.

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Tito e gli alieni di Paola Randi con Clémence Poesy (incontrata in Final portraitFamiglia all’improvviso) nei panni di Stella, una sorta di assistente a distanza del professore, è una commedia lunare dove gli extraterrestri non sono i marziani, ma tutto ciò che non è più. È un’opera sul lutto e l’incapacità di saperlo gestire da parte di chi resta. E al tempo stesso è un film sulla solitudine che non è soltanto quella di sentirsi isolati. Narrare queste sensazioni attraverso i toni della fantascienza offre uno sguardo e un colore diverso a un tema abitualmente trattato in ben altre chiavi e, nel frattempo, discostarsi da un uso americano del cosmo e dei suoi presunti o inventati abitanti.  Tuttavia è anche la speranza, piccola ma sincera, a pervadere le riprese, perché in fondo non costa niente pensare che un giorno… Chissà… Se, in fin dei conti, nel sogno è possibile incontrare chi ci ha lasciato e addirittura sentirlo parlare, per quale ragione ciò non deve essere possibile attraverso un decoder spaziale che arriva dove nessun mezzo di comunicazione umana può giungere. Certo, anche questo stesso concetto è una forma di fantascienza e, a suo modo, è anche bello che sia così perché è bello credere che nessuno abbia mai abbandonato davvero le persone che ama. Il videomessaggio lasciato in eredità rappresenta un segno di tempi che allontanano Tito e gli alieni dalle opere del passato. Oggi si può tramandare anche la voce, sebbene poi magari non c’è chi la ascolti. La suggestione consuma una sotterranea vendetta. Indietro non si torna.

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Onirico, quindi, più che lunare, il film di Paola Randi immagina l’inimmaginabile e pur restando lontano da ciò che si intende come capolavoro, in realtà si rivela godibilissimo e con un’ampia  valvola che consente il libero sfogo dell’emotività. Il candore dei bambini che cercano il papà. Il genuino dolore di un marito che ha perso per sempre la dolce metà del suo cuore. E tutto il popolo degli sconosciuti che portano nell’animo il dolore di una persona perduta si riflettono in una sensazione che innalza questo testo al di sopra della media di tante commedie senza cittadinanza cinematografica. E non è un caso che sia dedicata a un’artista scomparso. Fausto Mesolella se n’è andato a 64 anni per un problema di cuore. Era il marzo 2017. Dopo una vita dedicata alla musica e una certa celebrità guadagnata sul palcoscenico degli Avion Travel, rivive nel ricordo della regista. E forse, ora, su un astro lontano di infinite galassie, sta ancora suonando la chitarra. Celeste sinfonia.

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