ju4I dinosauri hanno bisogno dell’assenza dell’uomo, non della sua presenza

 

I dinosauri hanno un cuore. E anche un’anima. Come tutti gli animali, del resto. Non per nulla la fauna che abita il mondo attuale ha come progenitori proprio i pachidermici brontosauri del paleolitico. I mastodonti, estinti per ragioni climatiche e non solo, rivivono abitualmente nella suggestione e nell’immaginazione che si alimenta di quei fascinosi profili per pensare alla terra in un’epoca lontana. Troppo lontana perché la si possa anche soltanto provare a descrivere. Eppure Michael Crichton ci ha provato con le parole, finché Steven Spielberg ne ha dato colore e immagini con le prime due puntate del ciclo – Jurassic Park nel 1993 e Il mondo perduto (1997) – alle quali sarebbero seguiti Jurassic Park III (2001) diretto da Joe Johnston e Jurassic world (2015) di Colin Trevorrow. Una saga appassionante ai confini di una fantascienza lontana dallo spazio e dagli extraterrestri che continua ad attrarre al cinema spettatori di ogni età. Così si arriva all’ultima puntata, rigorosamente in ordine cronologico con Jurassic world – Il regno distrutto, diretto stavolta da Juan Antonio Bayona, regista spagnolo molto a suo agio con il genere per averci regalato tra gli altri la suggestiva favola Sette minuti dopo la mezzanotte. Il copione ha evidenti agganci con il passato più lontano e le origini di un ciclo prestigioso inaugurato da Spielberg. C’è l’auto capovolta sull’isola devastata. L’uovo dell’ultima fuga da Isla Nublar dove gli ultimi dinosauri sono in pericolo per colpa di un bizzoso vulcano che minaccia di fare terra bruciata intorno a sé.

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E l’eruzione puntualmente avviene proprio quando la squadra guidata da Claire Dearing (Bryce Dallas Howard, l’adulta “figlioletta” di Ricky Cunningham-Ron Howard, già vista in Gold e nella versione di tre anni fa della saga firmata da Trevorrow) che arruola l’ex fidanzato Owen (Chris Pratt di Lei, Passangers e I guardiani della galassia) una paleoveterinaria e uno specialista informatico si trova nel bel mezzo del disastro cercando di salvare più animali possibile. L’intento è di portarli su un’isola, più tranquilla e lontana dal turismo, di proprietà di un uomo, da sempre appassionato di bestie preistoriche, affiancato invece da un vorace cacciatore di pachidermi da vendere all’asta. I salvatori però si accorgono del doppio gioco di quest’ultimo, dapprima spacciatosi per un benefattore della fauna dell’antichità, proprio quando si tratta di addormentare e trasferire i brontosauri. Scatta in quell’attimo una competizione che ormai è a carte scoperte. Bracconieri e delinquenti, cacciatori di cimeli, contro gli animali e i loro paladini umani. Vietato cercare il pelo della verosimiglianza nell’uovo di Bayona. La fantasia galoppa freneticamente e di scene impossibili è pieno il film, ma siccome anche l’età dei dinosauri è un’evocazione artificiale, tutto si armonizza in una cornice di lontananza che si ammanta di mito.

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Non sono mitologiche invece le tematiche toccate dal film tra gli interminabili duelli e ruggiti che fanno sobbalzare sulla poltrona all’improvviso, ad ogni comparsa degli inquieti pachidermi. Giunti sull’isola per trovare salvezza e finiti all’asta di un battitore (Jeff Goldblum, nella serie già dal ’93 e tra i protagonisti di Grand Budapest Hotel) tutt’altro che disposto ad amarli, tirannosauri e loro simili si ritrovano al centro di un’esposizione burla, dove il diverso di turno viene messo alla berlina, sbeffeggiato e deriso. Senza insistere su questo spunto, comune a tanta – forse troppa – letteratura cinematografica, va registrato il passo avanti verso un concetto invece estremamente attuale come quello delle gabbie e della libertà preclusa. Quella dei dinosauri è un’evidente forma simbolica che si allarga a dismisura fino ad arrivare a comprendere altro genere di creature, vittime di siffatti maltrattamenti. È il caso di tanti cani confinati in celle nei canili e ogni forma antitetica all’idea di un’esistenza libera e secondo natura. Un punto estremamente dolente che si coniuga a un altro ugualmente grave. La vendita di esseri viventi, oggigiorno dilagante attraverso canali ufficiali come purtroppo il commercio di animali e quello sotterraneo e nascosto che coinvolge invece bambini e neonati. Ad entrambe le pratiche si riferisce il film di Bayona che relega, proprio nelle cantine della residenza Lockwood, l’asta sugli esemplari reduci da Isla Nublar e dai laboratori chimici.

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Anche  da qui poi provengono molte razze clonate, fatte crescere in provetta e soprattutto da uova artificiali. Il richiamo, tutt’altro che indiretto e forzato, tocca un altro punto delicato della biochimica del terzo millennio. La replica del dna e l’allestimento di replicanti su un modello genetico prestabilito è una frontiera non ancora completamente attraversata, che tuttavia rappresenta – in tutto o in parte – uno degli approdi della ricerca scientifica di oggi. Facilitare la nascita può dunque seguire vie alternative che trasferiscono l’unicità naturale in una sorta di produzione industriale da rivendere su un mercato specializzato. Al di là del pur importante risvolto etico ed economico, sta l’arroganza prevaricatrice dell’uomo, sempre più deciso a impossessarsi del potere di vita o di morte sugli altri esseri che popolano un mondo non solo appannaggio degli umani. È questione di dominio biologico, planetario o commerciale. Un destino in un bottone a disposizione dei potenti. E, non a caso, proprio il pulsante è l’ultimo a comparire in Jurassic world – Il regno distrutto. Un circuito in cui le molte tematiche che ricorrono nel film, specchio di una quotidianità reiterata si riducono a una sola. La vita.

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