ippocrate1-1000x600Umanità perduta. Il lato oscuro della medicina ha il colore cupo di un paragone. Il tempo in cui il medico era l’uomo buono – misuratamente pietoso – e scrupoloso nell’alleviare le sofferenze di chi a lui si affidava e i giorni in cui tende a trasformarsi in manager. Ieri e oggi. Coniugazioni dell’impossibile. Le cure come forma di lenizione del dolore e anelito alla guarigione. La corsa verso la salute fisica. Il ripristino di uno stato corporeo ottimale. Terapie genuine e diagnosi precise. Nulla più di ciò che serva per aiutare l’organismo a combattere il microscopico ma devastante nemico che lo insidia. Il dottore che decenni fa visitava di casa in casa e quello che in ospedale propone e dispone. Macchinari incomprensibili che attaccano alla vita chi ormai ne è lontano per decisione naturale. Etiche deontologiche nascoste dietro una convenienza fatta di notti di degenza rubate al destino. E veleni inutili. Non soltanto farmaci sproporzionati ma cronologia terapeutica. Antipodi fra due opere, Il medico di campagnaIppocrate. Ovvero ancora, ieri e oggi. Anche se sembra ieri e l’altroieri. Il primo film è il passato ruspante che non c’è più. Ossia l’umanità. Il secondo è attualità controversa. Tensioni nel dolore che sa essere fisico e morale. Solidarietà sparita. Perduta. Umanità perduta.

La faccia triste del camice occhieggia e piange dai film di Thomas Lilti, regista con trascorsi in corsia. Quarantadue anni e un esempio da imitare. Papà. L’approccio con l’ospedale è quello descritto dalla sua ultima opera che in realtà è la prima. Ippocrate è del 2014  e precede Il medico di campagna, secondo atto sulla medicina di provincia che in realtà precede il primo come uscita nei cinema italiani. Benjamin (Victor Lacoste già visto in Lolo e presente al festival di Cannes 2018 come interprete di Plaire, aimer et courir vite) è la controfigura di Lilti, ossia un ragazzo di 23 anni che inizia la carriera sulle orme paterne come interno all’ospedale. Quella che vede però è una quotidianità in cui si tendono a coprire errori senza accertarne le cause. Assiste a morti forse evitabili, dove c’è sempre un responsabile al quale chiedere conto. Si confronta con una caposala manager che fa i conti delle notti e l’uso delle medicine per calcolare l’arricchimento aziendale. Subisce il verdetto dell’amministratore comprendendo fin troppo bene che un ospedale non è un’impresa ma un luogo di cure. Si sottrae a un destino che gli imporrebbe di tacere davanti all’ingiustizia di un collega punito oltre i propri demeriti. Insomma, vizi tanti e virtù poche della sanità attuale a tutte le latitudini.

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Nato da un’esperienza diretta, il film acquisisce maggior valore, come testimonianza di qualcosa che è comunque sotto gli occhi di tutti. La salute come industria per l’arricchimento di pochi. Vivere, talvolta equivale ad aggiungere soldi agli incassi statali, dai quali poi l’ospedale inevitabilmente attinge. Il terzo millennio ha prodotto anche figli di queste storture. Tenere in vita corpi già morti significa aumentare il budget e le ossessionanti cure per non lasciare libero corso alla natura non fa rima con l’accanimento terapeutico ma con bilanci che devono quadrare come qualsiasi altra industria. Inevitabile il raffronto per chi ricordasse la figura di Jean Pierre Werner (François Cluzet, il paralitico di Quasi amici), protagonista de Il medico di campagna dove si rappresentava tutt’altro quadro della medicina. La cura meticolosa e affettuosa dei pazienti, conosciuti uno a uno, con le loro piccole e grandi paure. Per tutti un balsamo fino alla resa, quando il malato diventa il dottore e a salvarlo sono le cure di altri. Il suo sostituto, una donna, ha il cuore buono di una mamma che si impietosisce e, non a caso, è la stessa attrice che interpreta in Ippocrate una spudorata assistente ospedaliera, poco avvezza ai buoni sentimenti e molto all’interesse. Anche in questa operazione di utilizzare la medesima attrice per sottolineare i mutamenti sociali contribuisce a fare delle due opere di Lilti una medaglia a due facce in cui una sia impensabile senza l’altra. Appunto un raffronto tra passato e presente. La medicina com’era. E com’è. A questo punto quale delle due opere abbia preceduto l’altra è assolutamente ininfluente. Una può vivere senza l’altra, ma entrambe – unite – hanno una tinta critica che nessuna, singolarmente, potrà mai avere.

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