est93L’Aids resta in secondo piano. Nessuno lo nomina. Nessuno lo chiama in causa direttamente. Eppure la sua ombra resta su uno sfondo più palpabile di mille inquadrature in primo piano. Il cinema cammina lungo percorsi che improvvisamente si scoprono frequentatissimi. E la peste del secolo, di cui oggi non si parla più come se fosse stata sconfitta definitivamente, sul grande schermo diventa invece protagonista. 120 battiti al minuto di Robin Campillo, Pleure, aimer et courir vite di Christophe Honoré, entrambi presenti alle due più recenti edizioni del Festival di Cannes, sono gli ultimi recenti esempi ai quali si aggiunge lo spagnolo Estate 1993 di Carla Simòn, dove appunto questa terribile patologia è la cornice invisibile di un dramma che ha le tinte di un film dove l’infanzia conta più di questa piaga sociale rappresentata da una malattia incurabile. E se nell’opera di Campillo veniva mostrata la ribellione del mondo gay, lasciato all’oscuro dei metodi di prevenzione per evitare di contrarre il virus, mentre in quello di Honoré era l’ultima estate di uno scrittore destinato a una fine prematura, Estate 1993 è – all’apparenza – la storia di una bambina che deve imparare a gestire se stessa e le proprie emozioni, ambientandosi nella nuova famiglia adottiva. I particolari prendono corpo inoltrandosi nella narrazione. La piccola Frida non finisce in una casa qualsiasi ma in quella dei suoi zii. E, a portarla lì, è proprio la morte di papà e mamma, genitori controcorrente e anticonformisti, spezzati dalla sindrome di immunodeficienza acquisita.

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Il mondo che infetta la vita della piccola non è l’epicentro di indagine di Carla Simòn che in verità, attraverso gli occhi innocenti della tenera Frida, racconta la propria storia autobiografica in quell’estate in cui aveva l’età della protagonista. La sua esperienza si trasferisce nel quindi nel film con il disincanto di Carla bambina anche se a raccontare è Carla che oggi ha doppiato le 32 primavere. Ma in questo particolare che dovrebbe costituire il valore aggiunto dell’opera si annida invece il suo maggior difetto perché Estate 1993 si annacqua fino a trasformarsi nel nulla di una brodaglia in cui l’infanzia pur tenera di Frida-Carla diventa un’insapore minestra in cui la trama sembra sempre in attesa di una svolta che non arriva mai. Di riflesso ne risente anche la sceneggiatura, alla quale non si chiedono aforismi filosofici e si ottengono soltanto dialoghi di eccessiva semplicità e banalità. Diciamolo molto chiaro, si fatica ad arrivare alla fine anche se la durata è compressa e sfiora i novanta minuti. Un peccato perché l’idea è accattivante ma viene sviluppata in modo troppo superficiale. Si glissa colpevolmente sulle cause dell’adozione di Frida da parte degli zii e si intuisce soltanto che esiste un problema patologico quando la bimba viene sottoposta agli accertamenti. Al contrario eccessivamente prolissa è la quotidianità della bambina nei suoi giochi con le coetanee. Soltanto nelle ultime scene il colloquio zia-nipote, che assume i contorni di madre-figlia, restituisce dignità a una trama svenduta in più parti e svilita nell’esposizione anche dal punto di vista delle immagini. Non tragga in inganno l lusinghiero curriculum dell’opera che è stata presentata al festival di Berlino, è stata candidata dalla Spagna a rappresentarla agli Oscar 2018 nella categoria del film straniero naturalmente senza esito invece ottenuto in patria con alcuni Goya, i David iberici.

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