luna1Talvolta i miracoli accadono. Anche sotto i nostri occhi. Eppure di rado si ha la capacità di riconoscerli e non piegarli al comune e volgare sfruttamento di una personale utilità. La fede, che pur facendo rima con devozione, può anche limitarsi all’osservazione consapevole del soprannaturale, diventa un superficiale orpello in un’attualità che la vede mescolata a una quotidianità in cui le infinite occasioni di aiuto si rivelano invece spunti per ricavare un proprio specifico interesse. Immigrazione. Taumaturgia. Corruzione. Ingredienti di una società distratta, troppo spesso ormai concentrata su ben altro rispetto all’essenzialità. Una luna chiamata Europa di Kornel Mundruczò, presentato a Cannes nel 2017, aggiudicandosi la palma d’oro per la recitazione femminile, è la sintesi per immagini di questo quadro socio-psicologico attraverso una narrazione che tocca vari aspetti.

Ospitalità e accoglienza. Un profugo serbo passa di frodo il confine con l’Ungheria e viene ferito in uno scontro a fuoco. La capacità di integrarsi nel nuovo contesto sociale è indirettamente proporzionale alla disponibilità del popolo magiaro ad accettare i nuovi venuti. Tutto è utile però per strumentalizzare il profugo Aryan, costretto dalle circostanze a sottomettersi a ogni sopruso, anche quando quest’ultimo gli viene prospettato sotto forma di aiuto nei suoi confronti. Deve quindi sottoporsi supinamente alle pretese del suo sfruttatore che, naturalmente, ha secondi fini sul conto di quello sconosciuto alla ricerca del padre, perso nelle convulse fasi del passaggio della frontiera.

Soprannaturale. Aryan “risorge” dalla sparatoria con un potere unico. La levitazione. Quello che, a tutti i conti fatti, è un autentico miracolo diventa però un fenomeno da baraccone utilizzato da Stern, il suo opportunistico “benefattore”, con lo scopo di guadagnare soldi. Il misero, dunque si ritrova con una prerogativa rarissima ma viene esibito come saltimbanco da circo invece di essere valorizzato per la sua capacità miracolosa di compiere qualcosa, normalmente precluso agli umani. La sete di denaro non muove soltanto i ricchi ma anche l’emarginato Stern che, a sua volta, si rivale sull’immigrato. La scala sociale conserva così la sua infelice e deteriore caratteristica di configurarsi come una sorta di lotta di classe perpetua dove chi si trova più in alto finisce sempre per schiacciare chi sta al di sotto.

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Corruzione. Stern, il medico “benefattore”, ha una ragione per lucrare sull’insolita capacità di quel transfuga incontrato per via. Espulso dall’ospedale per un errore dovuto alla propria ubriachezza che lo portò a far morire un paziente, sta accantonando i soldi per “comprare” dai parenti della vittima il ritiro della denuncia, costatagli il posto di lavoro. E lo scherno dei colleghi rapaci. Non trova migliore opportunità che sfruttare le capacità soprannaturali dello sconosciuto mettendogli in tasca qualche soldo tenendo per sé la fetta più grande. Il giochino della corruzione non riesce, ma Stern prova in tutte le maniere ad acquistare con moneta sonante il proprio domani. Il lato oscuro della vendetta professionale. Il perdono che ha un listino prezzi, ignorato dall’integrità di chi ha perso un congiunto. Rettitudine contro sleale patteggiamento.

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Una luna chiamata Europa è titolo che prende spunto dall’astronomia. Una delle lune di Giove si chiama appunto Europa. Il nome di un sogno per chi abbandona le terre natie per approdare nella parte più fortunata del Vecchio Continente. O almeno ritenuta tale. E l’astro notturno ha un lato oscuro, come quello della società su cui il regista pone l’accento. L’operazione riesce anche se la trama per certi versi è onirica e per altri più dozzinalmente thriller rispetto al precedente White god, film dall’altissimo costo emozionale per gli amanti dei cani dove, tuttavia, viene messo in scena un altro dei tanti aspetti dolorosi della società. L’uomo e l’immigrato, specchio di una controfigura di sé. L’uomo e il suo migliore amico, specchio di una controfigura della natura. L’epilogo in entrambi i casi è una pax sociale faticosamente ottenuta. Perché nelle riprese di Mundruczò si muore e, seppur sia finzione, non è un gioco nemmeno su un grande schermo dove è quasi impossibile distinguere l’illusione dall’oggettività. L’innalzarsi di Aryan al di sopra di quell’umanità è metafora e allegoria. Un’ascensione che rappresenta un auspicio senza il sapore melenso dello zucchero ma con l’intento dichiarato di mostrare che c’è di più. Qualcosa di più alto. Importante. Forse inarrivabile ma che certamente sarebbe un peccato dare per perso prima di provare a raggiungerlo. Con l’anima e il pensiero se non con il balzo. E non è casuale contrapporlo all’epilogo di White god, dove l’uomo si umilia. Al livello più basso. Pari a quello del cane. Perché la pax si firma in condizioni di equità.

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