menocchio2I diritti vanno difesi perché, se si perdono, poi occorre combattere per riconquistarli.

Questione di prospettive. La briglia troppo sciolta fa perdere il controllo anche dei propri diritti. Le redini troppo rigide finiscono per forzare anche le reazioni. La duplice dinamica esce con vigore da Menocchio, splendido film italiano in concorso a Locarno dove il regista friulano Alberto Fasulo, ha affidato le sue speranze a un mugnaio analfabeta del Cinquecento, vittima vessata dall’inquisizione che lo accusa di eresia. Un tema che affiora nella Svizzera del XXI secolo, a suo tempo culla proprio di varie sette. Nel contesto di un’epoca tardo rinascimentale mostra il lato più oscuro e decadente dei quei decenni, ritoccando leggermente la cronaca. Domenico Scandella da Montereale, soprannominato Menocchio, non lavorò al suo mulino e non fu nemmeno un ignorante ma, tutto sommato, poco importa. Perché il tema di fondo è quello del dissenso collegato alla legittimità di esibirlo. L’ambito religioso diventa così funzionale alla coerenza cronologica e chi pensasse a un attacco contro il culto sarebbe fuori strada.

Menocchio, è accusato di diffondere tra la sua gente idee contrarie alla fede cattolica. Eppure sosteneva che ogni angolo della natura e della vita contenga Dio. Sia pieno di Dio. Sia voluto da Dio. Ma come qualsiasi popolano delle valli – e qui l’ambientazione e veneto-friulana – ma talvolta anche della pianura, l’attrito contro l’onnipotente per la difficoltà di assecondarne la volontà suprema si traduca in un litigio violento. E nel XVI secolo il confine con l’eredi era labilissimo. Interrogato dall’inquisizione e torturato, alle soglie del patibolo, Menocchio legge la ritrattazione delle accuse di cui sarebbe stato ritenuto colpevole, abiurando per aver salva la vita. La storia continua dove si arresta il film. Il mugnaio – non mugnaio fu risparmiato ma non cessarono le sue traversie e il suo dramma. Di lì a qualche anno la persecuzione riprese e nuovi addebiti gli costarono l’irreparabile.

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L’intreccio, si è detto, è un’evidente metafora del diritto al dissenso che spetta a ogni essere umano e in questa chiave va interpretato. Combattere il sopruso non significa soltanto mantenere incontaminata la propria dignità ma significa evitare di dover lottare per il ripristino del dovuto una volta che sia stato sottratto. E questo è l’esempio che Menocchio fornisce attraverso un racconto coinvolgente e penetrante che mette in luce il vano settarismo dei dotti con la sapienza degli umili. E il parallelismo con le immagini della mucca partoriente, poi vittima di un’immotivata e inopinata violenza rappresenta l’inutile crudeltà ai danni dell’innocente. Diventa così allegoria e attraversa il mondo umano e animale, anch’esso spesso vessato da quella forma di arrogante presunzione senza ragione. Il film esibisce una fotografia eccellente, valorizzata da tagli di luce che scolpiscono i volti degli attori. Soltanto due i professionisti – il prete e l’inquisitore – a dimostrazione che non sempre servono vedette e nomi arcinoti per nobilitare un’opera e un’idea. Tutti gli altri personaggi, a partire proprio dal protagonista, sono all’esordio sul set e tutti sono stati chiamati a una recitazione spontanea che ha lasciato loro ampio margine di intervento. Uomini e donne sono stati reclutati nei villaggi tra Veneto e Friuli dove sono state poi girate le riprese. Menocchio mostra il pregio e il prestigio di un cinema italiano ruspante che esce dai percorsi tradizionali ed esibisce capacità insospettabili perfino nel rendere più nota la vicenda di Domenico Scandella, riesumata negli archivi da Carlo Ginzburg, e riadattata a una funzione attuale che supera la cronaca dei fatti.

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