L’importante è restare sé stessi. Belli nonostante i difetti…

 

bella1L’autostima è faccenda da psicologi, ma nella tormentata società del ventunesimo secolo è diventata materia da ascensore o perfino da bar sport. E alla bruttina Renée (Amy Schumer) proprio una caduta di sella da uno spinner da palestra cambia la vita. Quando si riprende dal trauma non ha neanche un livido ma le resta la convinzione che un qualche dio dell’Olimpo abbia realizzato il suo sogno. Diventare bellissima. Acquisisce così una sicurezza e una grinta inopinatamente sconosciute e approda come centralinista nella maison di bellezza in mano a Avery LeClair (una Michelle Williams che dopo Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott, The greatest showman di Michael Gracey, Manchester by the sea di Kenneth Lonergan e La stanza delle meraviglie di Todd Haynes precipita di livello in una commedia commerciale), donna di successo condannata al risolino di scherno per una voce disastrosa. La giovane compie una scalata professionale ragguardevole diventando la consigliera di fiducia di Avery e trova anche l’amore di un ragazzo conosciuto distrattamente in una lavanderia self service. All’improvviso, però, una nuova caduta dalla stessa bicicletta nella stessa palestra la getta nel panico, togliendole l’illusione che la aveva liberata da un incubo psicologico. Renée ripiomba nel suo dramma interiore ma, quando tutto sembra crollarle addosso, una sorpresa restituisce gli equilibri perduti.

Come ti divento bella di Abby Kohn e Marc Silverstein è una commedia che indaga molti aspetti, dall’amicizia alla famiglia, puntando l’analisi sulle relazioni interpersonali. Tuttavia lo sguardo più attento è rivolto a un problema fra i più sentiti. L’autostima di ciascuno. L’attrito fra ciò che viene desiderato – ossia l’ambizione – e ciò che invece impedisce di raggiungere il sospirato traguardo. Semplificando fino alla superficialità, un bilancio spesso impietoso fra pregi e difetti. In realtà però la disamina è più profonda. Sul banco degli imputati ci sono quegli handicap, quelle tare, quel qualcosa che allo specchio proprio non va giù, accusato di essere il responsabile di fallimenti o di successi mancati o soltanto sfiorati. Renée vuol sentirsi bella. Vuol provare l’ebbrezza di essere corteggiata da uno sconosciuto e al suo mancato appeal attribuisce la colpa di non aver mai vissuto quelle emozioni. Lavora in uno scantinato umido e maleodorante con un collega sciatto e disgustoso, brutto più di lei e ugualmente complessato. Insomma, è una sfida con sé stessi. La protagonista, a differenza di tutti gli altri, anche quelli che lei considera detentori di quell’avvenenza capace di garantire qualsiasi soddisfazione, riesce però a comprendere che la soluzione del problema è interno.

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Si torna quindi a un autoesame psicologico di fondo, l’unico che permette di raggiungere quella tregua interiore, traducibile in un concetto semplice a dirsi ma complesso ad attuarsi. La capacità di accettare sé stessi per ciò che si è, difetti inclusi. Perché, in fondo, la specificità di ognuno la fanno i difetti che rappresentano il tratto più caratteristico. Raggiungere i propri obiettivi non dipende dunque da altro se non dalla propria determinazione e preparazione. Come ti divento bella è un film che paga un difetto immenso. La prolissità. Per come è congegnata la trama, nata dalla sceneggiatura degli stessi registi alla prima esperienza dietro la macchina da presa, essa doveva svilupparsi in una durata più contenuta. Averla dilatata lungo l’arco di due ore finisce per disarticolare le battute e rendere l’intera opera meno agile e più appesantita. In buona sostanza, non esiste polpa sufficiente per un piatto cinematografico che alla lunga risulta stucchevole perché trascinato con lentezza e ripetizioni su intrecci e soggetti, tra l’altro, non nuovissimi e quindi prevedibili dal pubblico.

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