affa3L’infanzia non è tempo per furti, eppure la povertà spinge a superare anche le frontiere più abiette. Osamu e suo figlio lo sapevano bene. Erano taccheggiatori. Rubavano nei supermercati non certo per arricchirsi, ma per sbarcare il lunario. La famiglia è povera, il Giappone corre a una velocità per loro impossibile da raggiungere e il divario si allarga a dismisura. Ricchi e miseri sono separati da un abisso che non è soltanto una realtà sociale palpabile. È necessità di sopravvivere in un sobborgo, ammassati tra le mura di una casa che fa tanto famiglia ma tale non è. E quando l’uomo trova una bambina sola, decide di adottarla e spingerla all’unico mestiere che conosce. Rubare. Il furto descritto in Un affare di famiglia di Hirokazu Kore-eda però è diversissimo da tutte le altre ruberie propriamente dette. Mette tenerezza. Suscita compassione. Provoca emozione. Insomma si è portati a non condannare Osamu, quando trascina il ragazzino tra le corsie del negozio e gli insegna a bloccare le porte elettriche per favorire le fughe e disattivare il meccanismo anti taccheggio. E condurre a casa propria quella piccola sfortunata è l’ultimo gesto del protagonista che esprime la solidarietà del misero. Il cuore che non ha bisogno di allargarsi perché è già incline a comprendere fin troppo bene le difficoltà di chi soffre. Tuttavia, è proprio quella bimba a diventare il pretesto che scatenerà le rivelazioni, svelando il vero volto di quei familiari, trincerati nell’indigenza dagli occhi a mandorla. Apprendere i legami-non legami che uniscono e disuniscono quel nucleo, solo apparentemente coeso, costituirà la rivelazione conclusiva che rappresenta il valore aggiunto del film.

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Un affare di famiglia, vincitore della Palma d’oro a Cannes 2018, ha la particolarità di creare un dialogo con lo spettatore, mai parte passiva e sempre chiamato a prendere posizione con la realtà proposta. Uno spaccato sociale dettagliato e minuzioso nel mostrare le due facce di un Giappone moderno, dove le classi benestanti sembrano le uniche e l’emarginazione sia un problema di altri. Tra le pieghe della periferia, Kore-eda punta la macchina da presa proprio su chi non ce la fa più. O forse non ce l’ha mai fatta. E confeziona un film molto lento nella prima parte, dove lo scopo è immergere il pubblico in questa realtà, totalmente estranea all’immaginario collettivo nipponico e straniero. Al contrario, la seconda metà appare invece più vivace e movimentata, dopo le descrizioni degli assalti ai negozi e le feste per il bottino ottenuto. Cronaca è società si incrociano e s’incontrano prima che l’obiettivo si sposti sui protagonisti di quel dramma e la cornice sociale torni al suo posto – e al suo ruolo di pura ambientazione – per lasciare che la riflessione si spinga nei sentieri psicologici dei personaggi. Dal generale al particolare, insomma, il cerchio si stringe e il regista fa luce sul telaio antropologico dove sono intessuti i fili e i destini di chi popola quella fetta di mondo ignorato e dimenticato. Sono le tensioni interpersonali ad animare la vicenda e a offrirne una coloritura che finisce per confondere uomini, contesti e relazioni.

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Con Un affare di famiglia Kore-eda torna a cimentarsi con temi a lui cari come i contesti familiari, che già aveva affrontato da differenti spiragli nella sua opera recente e precedente. Father and son affrontava l’argomento dello scambio di neonati in culla e il relativo quanto casuale smascheramento dell’equivoco, non imputabile ai genitori. Little sister indagava i rapporti tra sorelle all’indomani della morte di un padre discusso e dai molti volti. Ritratto di famiglia con tempesta si cimentava con il problema dell’alcol come causa di un matrimonio in frantumi. L’inaccettabile separazione costituisce la sconfitta di un uomo distrutto da se stesso, dal gioco e, alla fine, dall’esaurita pazienza della moglie. Prospettive diverse alle quali si aggiunge ora un nuovo esame. Le difficoltà di una crisi economica mondiale che ha piegato popoli e destini è alla base dello sfascio e della distruzione perfino di una sopravvivenza marginale, dove il tratto connettivo è dato solo dalla capacità collettiva di aiutarsi per evitare il precipizio. Nonostante le tematiche analoghe con il resto della produzione di Kore-eda, è estremamente difficile paragonare i film del regista giapponese, abilissimo nel conferire ad ognuno uno spessore di unicità che lo differenzia da tutto il resto. A cominciare dalla pacatezza che è la nota dominante delle sue opere e permette allo spettatore di riconciliarsi con la propria morale e i propri imperativi etici. La serenità della riflessione non si sostituisce alla precarietà dei fatti ma il tono del narratore consente di valutare senza i condizionamenti dell’angoscia la precarietà delle situazioni.

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