chi4L’uomo che non c’era, in fondo in fondo, vive un po’ nell’anima di ognuno. E, a farci caso, forse non ci si accorge ma è lì. Pilota l’immaginazione. Proietta nella cronosfera, regina di un tempo che non è. E nella stratosfera, sovrana di un luogo che non è. Lì, dove non abitano mostri occhiuti da lame rotanti, armi tecnologiche, missili d’ultimo grido e pallottole smembranti. Il don Chisciotte che vaga in groppa a un ronzino è tipo schivo. Vive del suo e si alimenta dello stesso cibo che impone nelle sue infinite dimore interiori di ogni singolo pezzettino d’umanità. La fantasia. E allora poco importa se accanto a lui viaggia il più goffo dei servitori o se il mondo che ruota intorno a lui non è più il suo. È il territorio affascinante del sogno. Astrazione da giorni che sanno di vecchio e stantio. Ambizione a viaggiare verso mete irraggiungibili perché la dimensione irreale ha incalcolabili destinazioni. Incontrare e incontrarsi appartiene a un’altra sfera, l’impossibile. Talvolta tuttavia accade. L’onirico vagabondare dell’io itinerante raggiunge frontiere probabili. L’occhio aperto di tanti sogni inquadra contorni identificabili. Riconosce fisionomie in un caleidoscopio di figure irreali. È l’attimo del ritorno alla realtà. Pragmatica. Concreta.

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L’uomo che uccise don Chisciotte di Terry Gilliam – al quale si deve La leggenda del re pescatore, BrazilMonty Python - vive in quello scacco estremo e spesso incomprensibile in cui realtà e finzione s’incontrano. Si compenetrano. Si fondono. Un piano di lettura che esce dai confini del progetto letterario legato a Cervantes ma, sfruttandone l’emblema, indaga quel mondo sommerso coperto e offuscato dalla superficie della quotidianità. Così il don Chisciotte di Gilliam (Jonathan Pryce che con il regista aveva già girato Le avventure del barone di Münchausen oltre a Evita di Alan Parker e Woman in gold di Simon Curtis) è la proiezione di un’evocazione del passato nella gioventù di un rampante pubblicitario (Adam Driver già incontrato in Hungry hearts, Paterson e BlacKkKlansman) che ricorda un suo lavoro degli esordi, incentrato sul celebre cavaliere di cervantiana memoria. Stavolta, il desiderio di ritrovare i luoghi in cui girò il suo film sono lo spunto per vedere che cosa è cambiato da allora e i continui e ripetuti tuffi tra lo ieri e l’oggi narrativo servono per lasciar incontrare realtà e fantasia. Finzione e quotidianità. In una cornice che mostra il brutto attuale e le suggestive lusinghe della memoria, l’autore americano riesce a raccontare come l’immaginazione sia per l’uomo l’alternativa a una realtà deturpata.

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Il tempo svolge un ruolo strategico e fondamentale nel processo di Gilliam in cui don Chisciotte è una sorta di pretesto, un personaggio legato a un’infanzia che ha il colore degli esordi professionali e segna la nascita di Toby, lo spregiudicato pubblicitario che finisce per fondere nella sua astrazione personale i protagonisti del proprio mondo attuale – il produttore (Stellan Skarsgard, visto in Nymphomaniac e Mamma mia!), il perverso settore del commercio in cui occorre ad ogni costo compiacere l’acquirente, le manie rappresentate dalla sua sessuofilia e dalla gelosia del finanziatore – con il “fantastico” interpretato dal venditore di cianfrusaglie che tira fuori da un misero vassoio un improbabile dvd con il don Chisciotte di Toby al debutto. È lo scacco che accende la memoria di quello sgangherato regista di spot e la fame di notizie sulle persone che contribuirono a lanciarlo nell’orbita in cui attualmente prospera. Una sfera vuota – ieri come oggi – ma con caratteristiche diverse. L’irrealtà di un universo romanzato e la vacuità di un mondo che ha perduto i suoi valori, ma conserva la spontaneità del fanciullo. L’unico che non esiste più perché “ucciso” dalla crescita e dall’inserimento nei poco sognanti adulti.

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Il tempo e il contatto fra realtà e immaginazione dominano il tessuto tematico fino a raggiungere il grado di perfetta fusione. E la figura di don Chisciotte è davvero l’emblema di un cavaliere idealista e romantico che non vuole accettare i limiti del quotidiano e continua a camminare nonostante gli ostacoli, arrivando al punto di affogarli nel presente. Un’equazione che sembra pensata su misura per il film di Gilliam, concepito nell’ormai lontano 1989 ma mai venuto alla luce per un’interminabile serie di difficoltà legate alla produzione. Ora, dopo trent’anni di una soffertissima gestazione, L’uomo che uccise don Chisciotte vede finalmente la luce. Pardon, il buio di una sala, che significa luce per il cinema. E, come per magia, accende i sogni grazie a un tocco vagamente felliniano, capace di far vivere nostalgie e suggestioni che soltanto la Settima Arte è in grado di alimentare, ma sempre più raramente regala nelle opere di questo nuovo millennio. Ed è iconicamente magnifico l’incantesimo che domina tutte le due ore e un quarto di spettacolo proiettando il pubblico in una dimensione veramente astratta che, all’occasione, si presta ad assumere i contorni del presente reale. Vagamente autoreferenziale, il don Chisciotte di Gilliam tocca il dolore di un regista disperso nel tempo. Il dolore nel ritrovare anime consunte e divorate dai giorni, perennemente a caccia di uno ieri introvabile ma, nel caso dell’autore, fin troppo simile alla propria esperienza. Immagini e sogni che non tramontano con alcuna età perché non c’è età per rifiutare di lasciarsi prendere per mano e condurre nel cuore di una fiaba. Anche se talvolta ha il sapore amaro della contaminazione dell’angoscia. Mulini a vento sulle strade di città che forse soltanto l’onirico è capace di abbattere davvero.

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