kkk2Nei primi anni Settanta Colorado Springs non era il posto più accogliente per un nero che entrava in polizia. Soprattutto se, dopo aver sfogliato un giornale, scopriva un annuncio di reclutamento del Ku Klux Klan. Ma Ron Stallworth non era tipo da farsi intimidire e non solo rispose a quell’inserzione, mascherandosi per il più intransigente dei razzisti, ma finì addirittura per portare a galla – in una società che si scontrava in nome dei diritti civili – il torbido retroterra di quegli esagitati. Tra misteri e coperture, l’operazione è lastricata di truffe ma l’imperativo è sgominare l’associazione razzista che si nasconde fra le pieghe della società. Stallworth da solo non ce la può fare e – a spalleggiarlo – è un bianco, Flip Zimmerman, uno dei pochissimi colleghi a non osteggiarlo al suo ingresso tra gli agenti di Colorado. Il piano è semplice ma la realizzazione non altrettanto.  BlacKkKlansman di Spike Lee è il racconto di quella strategia che Stallworth condusse a termine proprio grazie al doppio gioco di Flip Zimmerman (Adam Driver, già noto per L’uomo che uccise don Chisciotte di Terry Gilliam, Silence di Martin Scorsese, Paterson di Jim Jarmusch) che prestò la sua immagine a un finto Stallworth al momento di partecipare alle riunioni del Kkk.

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Raccontato in tono semiserio, sottolineando i paradossi senza fare sconti sulle ingiustizie – individuali e governative – in un clima di terrore diffuso, BlacKkKlansman, premiato a Cannes con il riconoscimento speciale della giuria e a Locarno dai voti del pubblico, è un’opera che mescola cronaca, storia, avventura e grottesco senza annoiare. Non è proibito sorridere – pardon, in qualche caso anche ridere – perché la narrazione di Spike Lee è brillante e amalgama tocchi di vari generi cinematografici capaci di sedurre ampie fette di pubblico. Certo è film politico e le allusioni a Donald Trump sono tutt’altro che ridotte benché, al di qua dell’oceano, vengano percepite con minor intensità e potenziale critico. I discorsi sulla superiorità della razza bianca, affidati a Beauregard, un bilioso razzista interpretato da Alec Baldwin, autore di un’imitazione televisiva satirica del presidente a tinte fortissime, suonano con una doppia interpretazione fortemente allusiva. Alla stessa stregua dei silenzi che accompagnano la strage di Charlottesville e i molti pugni alzati, certo invisi all’attuale inquilino della Casa Bianca. E non solo. D’altronde Spike Lee è schierato, come molti a Hollywood, è non è un mistero da quale parte stia. Non è un caso se nel film recita, seppure con una partecipazione ridotta, pure Harry Belafonte, indimenticato cantante anni Sessanta, che è stato un emblema della lotta per i diritti civili dei neri e oggi, a 91 primavere suonate, presta il volto a Jerome Turner rievocando un drammatico linciaggio che risale al 1917.

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L’aggancio è diretto a La nascita di una nazione di David Wark Griffith che rappresenta il primo atto di un preciso apparato di citazioni a cui si aggiungono riferimenti perfino a Via col vento.  Entrambi hanno forti collegamenti con la storia in generale e quella del cinema in particolare. Il primo fu un capolavoro degli esordi della Settima Arte, muto e in bianco e nero, che affronta il ruolo del Ku Klux Klan e le lotte dei coloured ai tempi della guerra civile. Il secondo si collega più da vicino alla cronaca dello spettacolo e, oltre a essere diventata un’opera di culto, nel 1940 vinse numerosi Oscar, il più significativo dei quali fu quello assegnato alla miglior attrice non protagonista. Andò, infatti, a Hettie Mc Daniel (la tata di  colore) che fu la prima donna nera a ricevere il premio. La stessa scelta di arruolare Belafonte è strettamente connessa al passato ed è stato l’artista a ricordarla, citando una frase di Malcolm X al momento di esprimersi sul progetto di Spike Lee. “Dobbiamo combattere utilizzando qualsiasi cosa abbiamo a disposizione per sopravvivere. Solo attraverso l’arte, il potere del cinema e della letteratura la gente può essere informata”.

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Un riferimento che non può restare sospeso a mezz’aria. Al leader nero, Spike Lee ha dedicato una sorta di biopic, in cui il ruolo del protagonista era coperto da Denzel Washington. Ora in BlaKkKlansman la parte principale è affidata al figlio, John David Washington che di mestiere è un giocatore di football americano e incidentalmente recita, con preferenza proprio nelle opere del regista di Fa’ la cosa giusta. Proprio lui è l’anello debole di una catena in cui uno Stallworth-Washington più legnoso perde il duello ravvicinato con un agile Zimmerman-Driver. A dimostrazione che la professionalità non s’inventa. E forse l’attore di Hungry hearts non sarebbe a proprio agio su un campo di football. Il destino di BlacKkKlansman però non sarà… nero. Se Hollywood vorrà affondare i colpi contro Trump, nell’opera di Spike Lee trova un trampolino di lancio dalle più rosee potenzialità. Un bisticcio che si sposa anche con l’indole del film stesso, fortemente legato al cromatismo nell’alternanza del bianco e nero con il colore, tra citazioni cinematografiche, filmati d’epoca e finzione attuale a confermare anche visivamente il carattere e l’impronta del film.

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