dise1Il teorema è quello vecchio, vecchissimo. L’omosessualità come malattia. E, come ogni malattia, va curata – sostiene il politically correct. Il problema sorge nella natura dei centri costruiti con lo scopo di “redimere” i “malati”. In buona sostanza la storia ha elencato in ordine più o meno cronologico numerose strutture a scopo terapeutico che si sono rivelate controproducenti per la condannabile scelta di adottare metodi fortemente repressivi, con la conseguenza di non sortire alcun effetto nella loro missione di recupero. La diseducazione di Cameron Post di Desiree Akhavan, film rivelazione al Sundance festival, tratto dal romanzo di Emily Danforth, affronta questo spinoso nodo attraverso la vicenda – che è fantasia letteraria – di Cameron Post. Rimasta orfana dei genitori, mentre commette un furtarello in un negozio, Cameron è affidata all’unica parente che le resta. Ha sedici anni e nessuna riservatezza apparente. E quando viene sorpresa in dolci effusioni con la migliore amica, scatta la reazione perbenista dell’America puritana. La ragazza finisce in una comunità di recupero alla stessa stregua di quelle che rimettono in carreggiata tossicodipendenti o alcolisti più o meno anonimi. Il centro, dall’ambiziosissimo nome “God’s promise”, raduna altri giovani con lo stesso “problema” nel loro recente passato. Alcuni sono perfino diventati le guide spirituali delle nuove reclute. Ma la struttura non tarda a mostrare il suo vero volto che è il massimo del minimo. La “guarigione” resta per lo più una chimera e i danni prodotti sui nuovi arrivati sono talvolta irreversibili. Cameron (Chloë Grace Moretz, già vista in Hugo Cabret e Resta anche domani) troverà forse il più semplice dei rimedi, sottolineando la resa incondizionata di un sistema fallimentare.

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Il film della Akhavan rischia di essere frainteso per due equivoci non voluti. Il primo riguarda il target di età, indubitabilmente bassa, dello spettatore tipo a cui sembra rivolto. Il secondo sul presunto tema più appariscente, ovvero l’omosessualità. Ebbene nessuno dei due dovrebbe condizionare perché l’uno è soltanto apparenza. La diseducazione di Cameron Post è diretto agli adulti come ai ragazzi e in definitiva a chi chiede a un’opera cinematografica spunti di riflessione. Conseguenza ne è che nonostante la verde età dei protagonisti della vicenda, non solo a loro vengono posti gli interrogativi e gli spunti contenuti dal film. Quanto alla dimensione omo, è innegabile il suo spessore a livello tematico, ma neanche in questo caso – come nel recente Disobedience – esso risulta essere lo spunto principale. Anzi. L’accento è posto con maggior vigoria sui centri – evangelici in questa fattispecie e religiosi in senso più lato – dove si tende a scandagliare in profondità la psicologia degli ospiti, imponendo loro una sorta di lavaggio del cervello destinato – come ogni forma repressiva – a non sortire effetti se non peggiorandone le proporzioni. All’ingresso i ragazzi ricevono il disegno di un iceberg con una parte emersa e l’altra sommersa. Nell’area superiore devono annotare le ragioni che li hanno portati a uscire allo scoperto con la loro omosessualità mentre nella parte inferiore devono segnare le cause occulte alla base della loro propensione. Il tentativo evidente è metterne a nudo il conscio e l’inconscio e i risultati sono drammatici. La preghiera forzata, come ogni sorta di costrizione, non aiuta e si trasforma in una pratica più facilmente detestabile che non fonte di conforto, sollievo e devozione.

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“God’s promise” finisce per essere così il centro dell’auto punizione perché ogni piccolo o grande lager si rivela per un luogo di affossamento anziché di resurrezione. In questa chiave la presunte educazione di Cameron Post diventa di fatto una diseducazione. E non bisogna dimenticare che il teorema di partenza nella vicenda della sedicenne è molto più che semplicemente opinabile. L’omosessualità è una tendenza ma non è certo una patologia. Ne deriva la totale insussistenza dell’impianto tematico del film. E allora, si dirà, di che cosa stiamo parlando. E la risposta è semplice e spiega perché la natura gay non è il fulcro centrale dell’opera della Akhavan ma è collaterale al problema, di ben maggior rilievo e drammaticità, costituito dagli scopi e dai metodi adottati nei centri di recupero. Anche in questo caso, ovviamente, va fatta un’attenta tara per non buttare il bambino con l’acqua sporca, giacché a fianco di strutture benemerite e di comprovata capacità di sostegno alle persone che vi si rivolgono, ne esistono altrettante decisamente più carenti o addirittura improvvisate. E quest’ultima è la connotazione distintiva di “God’s promise” che, oltre a fallire completamente la sua missione di recupero, si mostra dilettantesca nelle strategie e inefficace negli esiti. Naturalmente “God’s promise” è un esempio irreale che diventa contrappunto di tanti centri verso i quali è consigliabile diffidare. Il film – un’ora e mezza la durata – si avvale di una buona recitazione costruita dalla regista lasciando alla spontaneità di improvvisazione fra le ragazze la scelta di impostare le scene saffiche. In sostanza, le sequenze – diciamo così – più hot, anche se mai particolarmente spudorate, sono il frutto del soggettivo e improvvisato adattamento alla necessità di due attrici etero che hanno tentato di trasferire l’ingenua spontaneità dell’amore anche nel rapporto fra persone dello stesso sesso.

Dedicato a chi non ha pregiudizi e a un film chiede che – nel bene o nel male – lasci traccia nella mente o nel cuore.

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