muse2Nessuno sa quello che ha finché non lo perde.

 

Il valore del valore. Bisticcio di parole che rischia di rendere il senso di un film perennemente sul pericoloso crinale di essere scambiato per quello che invece non è. Ossia un’opera noiosa e priva di tensione su una rapina andata a segno che lascia però a bocca amara i malviventi. Ebbene si tratta di tutt’altro anche se, in stringatissima sintesi, la trama sarebbe finita lì. Juan e Benjamin, due amici dai tempi dell’infanzia arrivano al punto di rottura delle rispettive vite nel quartiere Satelite di Città del Messico e – nella notte di Natale – decidono di mettere a segno un colpo sensazionale. Armati dell’occorrente entrano nel museo di antropologia e ne escono con reperti inestimabili. Talmente inestimabili che la loro convinzione di essersi sistemati per sempre e di non aver bisogno della carriera veterinaria in un caso o dell’aiuto dei genitori nell’altro è molto più che certezza. La sorpresa è dietro l’angolo e per i due delinquenti senza stoffa e senza arte arriva la sconfitta. I pezzi da loro sottratti agli espositori con tecnica criminale sopraffina sono talmente preziosi da non essere smerciabili e ai due ladri non resta che prendere una decisione. Sbarazzarsene o costituirsi… Il Paese non vede l’ora di far loro la pelle anche se le sale raddoppiano i visitatori curiosi di vedere le bacheche vuote dopo essere state trafugate del contenuto. Museo, sottotitolo “Folle rapina a Città del Messico!”, di Alonso Ruizpalacios, quarantenne regista messicano al suo secondo lavoro, è lontanissimo da quello che può apparire. Difficilmente catalogabile perché un insieme di tante cose senza esserne nessuna nello specifico, corre il rischio di essere frainteso e mal giudicato.

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Non è un thriller, si diceva, e neanche un gangster movie. Non è commedia ed è vagamente drammatico. La verità è che Museo ha pretese moralizzatrici e filosofeggianti che lo rendono più interessante di un insipido poliziesco con il solito ladro che rapina il solito bottino e viene incastrato dal solito astuto poliziotto che riceve la solita medaglia e annoi il solito spettatore stanco. Il film di Ruizpalacios non è un capolavoro e paga la lentezza che lo contraddistingue ma non ha l’obiettivo di fermarsi alla rapina. Il tema, insomma, è ben diverso. Il valore del furto e – bisticcio dei bisticci – il valore del valore. Comprese verità e bugia. Si parte già con una frase che desta stupore e apre le riflessioni. “Non c’è museo senza saccheggio” e forse è anche vero. Non compete a questa sede un approfondimento in tal senso ma occorre notare il riferimento. Se anche le istituzioni riconosciute e meta di turisti e visitatori sono il frutto di ruberie indiscriminate e “benedette” da uno scopo pubblico e culturale perché mai dovrebbe essere perseguito chi ruba all’interno di esse. In fondo, sempre di furto si tratta. Ma quello di cui Juan e Benjamin non riescono a rendersi conto è l’utilizzo di ciò che viene asportato. E qui subentra un secondo approccio tematico, quello del sopracitato bisticcio. Il valore del valore. E, di conseguenza, il teorema che “nessuno conosce quello che ha finché non lo ha perduto”. Il museo antropologico si rende conto della ricchezza storica ed economica solo quando alcuni pezzi in esposizione vengono fatti sparire così come i due ladri non conoscono il prezzo della dignità finché un’intera nazione li addita a responsabili della perdita della cultura e della storia come valore fondante dell’intero Messico.

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In buona sostanza, ben difficilmente si riesce a soppesare la vera stima fino a quando non se ne ha chiara la dimensione, avendo perduto ciò che la determina. Un concetto spendibile in svariati contesti. Dall’amore al lavoro, passando attraverso i più semplici oggetti o le più astruse curiosità. Le azioni determinano quelle perdite e feriscono per ciò che è sparito. Nella fattispecie i due ladri verificano sulle loro spalle che la presunta fortuna in loro possesso è totalmente inutile. Il suo valore, al di fuori di quelle bacheche, è dunque zero. Nessun mercante n alcun collezionista le acquisterebbe, certo di non poterle esporre e di dover tenerle custodite al riparo da altri possibili rapinatori. L’impresa dunque non è valsa a nulla perché i pezzi più preziosi azzerano il loro valore al di fuori di un determinato contesto. E allora quale sarebbe il motivo di tanta fatica, verrebbe da domandarsi. E il quesito pesa sulla testa dei due rapinatori che giungono all’amara conclusione che “nessuno sa spiegare perché certe cose accadano, ma soltanto chi le ha architettate può farlo. E talvolta nemmeno lui”. La precarietà di tante decisioni è appesa ai sogni. Alle chimere. Ai miraggi. Ma non esiste nulla più forte della realtà che sia capace di dimostrare l’errore di certi comportamenti. Non solo dunque, non rubare. Il messaggio criptato è dare valore a ciò che si ha prima di doverglielo attribuire una volta che lo si abbia perduto. Sia essa cosa o persona. E ognuno sa come modellare questo principio sul conto della propria esistenza.

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