tutti1I ritorni nascondono incognite. Il passato cela spesso un sommerso, talvolta tragico al momento in cui emerge, ma le sorprese – si sa – non sempre sono gradite e in molti casi non ammettono repliche. Troppo lungo il tempo trascorso. Troppo diverse le circostanze del presente. Ne sa qualcosa Laura, che torna nella casa di famiglia dopo lunghi anni. Il pretesto è il matrimonio della sorella che le offre la possibilità di ritrovare i luoghi natali. Ma la rimpatriata promessa si rivela ricca di colpi di scena. La donna scoprirà verità che sono a conoscenza di tutti. Eccettuata se stessa. E spunta il dolore. Di fronte ai retroscena sulle proprie origini, al di là dello stupore, si troverà a macinare l’amarezza di averli ignorati. E soprattutto a non spiegarsi perché tutto il resto di quel piccolo mondo d’infanzia abbia deciso di sottrarle proprio a lei. Insomma, un piccolo mistero al chiuso di un nucleo familiare dove spuntano vecchi rancori e accordi traditi. Lo spessore è quello di un chiacchiericcio che tuttavia esclude. E il tema dell’esclusione attraversa interamente Tutti lo sanno di Asghar Farhadi, stimatissimo regista iraniano che ha al suo attivo titoli ben migliori di quest’ultimo, selezionato per l’apertura del Festival di Cannes 2018. Il film evidenzia una sterzata rispetto alla precedente produzione dell’autore che con Una separazione, Il passato e più recentemente con Il cliente aveva sfoderato tratti di altissimo cinema. Con il primo dei tre, vinse addirittura l’Oscar per il miglior film straniero.

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Ebbene Tutti lo sanno è lontanissimo dalle atmosfere mediorientali dalle quali traspariva il ritratto di una società diversa da quella occidentale nella quale ora è invece profondamente immersa quest’ultima opera che profuma di sapori e odori mediterranei. Laura (Penelope Cruz) è una madre immersa profondamente nel suo ruolo, attenta verso una famiglia che crede perfetta. Paco (Javier Bardem) è l’amico di gioventù. Il passato sentimentale. la cesura di un’esistenza ricominciata con Alejandro (Ricardo Darìn). Il quadretto ispano-americano cela però i segreti di antefatti che simboleggiano l’emarginazione della stessa Laura, ostaggio e – in un certo senso – oggetto di una finta forma di protezione, alla base della quale sta il non detto. Il non fatto. Il non percepito. Il non immaginato. Tutto ciò che viene sepolto, benché temporaneamente, nei giorni è destinato a non rimanervi per sempre. E riconquista una superficie dove crea disorientamento. Rammarico. Amarezza e paura. Laura proverà tutte queste sensazioni nel suo intimo, man mano che la propria storia si svilupperà indipendentemente dalla sua volontà. Arriverà alla verità passo dopo passo. E questo è l’interrogativo su cui insiste Farhadi, attento a non costruire un film banale ma inevitabilmente preda di tematiche già affrontate da larga parte della filmografia internazionale.

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L’esclusione spinge a interrogarsi e lo spunto era già stato intavolato anche dallo stesso Farhadi in altri tratti del suo repertorio. Ora viene affrontato in una cornice spagnoleggiante dove la famiglia a carattere patriarcale trova la sua cornice preferenziale. Non a caso a risultare migliore è la parte finale, dove tutte le spigolosità dei rapporti fra i personaggi vengono a galla. Dove il mistero si dirada progressivamente. E dove infine l’alveo ovattato di Laura si decompone fino a raggiungere la piena consapevolezza degli atteggiamenti e delle persone che aveva incontro. Inevitabilmente perfino di se stessa. Resta tuttavia la realtà di un’opera che, per molti versi, sconcerta. Distantissima dai titoli migliori di Farhadi e dalle sue ambientazioni, Tutti lo sanno è niente di più che una semplice commedia. Nulla di male. Meglio non farsi soverchie illusioni di un nuovo capolavoro, però.

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