wid2Chicago profonda odora di antiproibizionismo logoro. Ai confini tra malavita e vita quotidiana, i banditi non sono più i grandi burattinai degli alcolisti di una volta. Vivono tra le pieghe del commercio e quelle del sesso coniugale. Pianificano assalti. Dormono sonni più o meno tranquilli. Poi il sistema va in tilt. La metropoli inghiotte politica e crimine. Compromessi e intrallazzi. E la scena cambia. Tre donne restano vedove lo stesso giorno alla stessa ora. La colpa è del mestiere non proprio ineccepibile dei loro maritini. Sono rapinatori e finiscono «esodati» sotto i proiettili della polizia cittadina. Alle consolabilissime mogliettine lasciano in eredità un notes dove è appuntata la strategia del prossimo assalto. La cassaforte di un discusso rampante politico, pilotato dal paparino, emarginato dalla scena per l’imbarazzante carta d’identità e non solo. Sulla sua fedina politica spiccano nomi non proprio pulitissimi. Ebbene, le signore, rimaste sul lastrico, scelgono la strada più difficile. Invece di vendere i loro segreti al miglior offerente, scelgono di ereditare armi e passamontagna dalle defunte dolci metà. All’improvviso però l’assalto diventa un colpo… di scena. Widows – Eredità criminale è l’ultima fatica di Steve McQueen, il regista nero che ci ha regalato, tra gli altri, Hunger e più recentemente 12 anni schiavo.

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Da questi due titoli Widows si allontana decisamente. Trattasi di thriller nella miglior tradizione del genere, con sorpresa finale perché non tutto quello che si vede viene mostrato. Allora la sfida è di prestare attenzione ai particolari, perché dietro di essi si nasconde la chiave di un intrigo colorato di giallo. Pardon, anche un po’ di nero perché l’autore non fa certo mistero di ricorrere ai coloured per interpreti e argomenti. E siccome anche i temi sono un po’ black, con lo spaccato sulle consorti, addolorate più per il loro futuro economico che per la prematura perdita dei loro compagni, le pieghe della Chicago che non conta ma vorrebbe sopravvivere ha la faccia della protesta nera. Come lo sfidante elettorale che naviga nel sottobosco e vuol far le scarpe al figlio di papà. Efficacissimo il montaggio alternato delle prime scene che raccontano la vita familiare dei tre probi viri proprio mentre sono alle prese con il loro ultimo «lavoro». Poi addio maschietti. La macchina da presa punta dritto sul premio Oscar Viola Davis, capa della gang in gonnella, che l’anno scorso ha vinto la statuetta con Barriere di Denzel Washington, Michelle Rodriguez, divetta da Fast & Furious e Machete Kills, oltre a Colin Farrell negli azzimati panni del politicante in cerca di successo. Non solo suspense, però. Il film scava nei drammi personali e nella diplomazia politica. McQueen insomma ci mette la firma non soltanto autoriale. Siamo lontani, lontanissimi, dagli argomenti scabrosi del passato, come la parabola dell’attivista dell’Ira Bobby Sands, morto dopo uno sciopero della fame, o i diritti dei neri nell’800 che larga parte della filmografia ha riproposto a più riprese. Tutto sembra orientativamente più semplice con un film d’azione che non punta su riflessioni sociopolitiche particolarmente impegnative anche se fornisce una mappa del crimine a quasi cent’anni da Al Capone. Confezionare un thriller di successo non è cosa da poco e Widows, pur non entrando nel gotha mondiale dei titoli imperdibili si guadagna le simpatie degli appassionati del genere ai quali non si sottraggono colpi di rivoltella e… di scena, come nella miglior tradizione di un thriller che si rispetti.

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