que3Siamo una famiglia e da una famiglia non fuggo.

La scena è quella maledetta del rock. Londra psichedelica e un po’ onirica, fatta di voci che sentono l’eco di note classiche con l’ansia trasgressiva di chi è impaziente di vivere il futuro. Lo accelera. E lo consuma prima ancora che si sia “materializzato” nella quotidianità. Nel retro di un pub avvolto dal malto si incontrano tre ragazzi all’apparenza sopra le righe. Uno ha una folta chioma di riccioli biondi, un altro ha la faccia del bravo ragazzo in prestito alla notte, il terzo ha una dentatura birichina. Si ridono addosso ma intuiscono che la loro fortuna può essere in quel magico trio. E avrebbero avuto ragione. Era la fine degli ani Sessanta e i Queen nascevano così. Dietro una porta che dava su un vicolo dove i cantanti – regolarmente sconosciuti – lasciavano andar giù le ultime lacrime di birra dopo una serata a brandelli. Sotto il solito lampione che soffia una luce incerta sul cammino di tre giovani pieni di speranza. Bohemian Rhapsody di Bryan Singer è il biopic su Freddie Mercury (Rami Malek di Una notte al museo) ma è difficile raccontare uno dei miti dell’ultimo mezzo secolo separandolo dal gruppo che gli diede il successo. Fu una relazione reciproca senza la quale i Queen non sarebbero diventati i Queen e quella voce inimitabile e irraggiungibile non sarebbe entrata nel pantheon della musica. Una particolarità avrebbe distinto il complesso e “the voice” versione rock da tutto il resto dell’universo in sette note.

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Nessuno era un maledetto e il cinema che oggi celebra Farrokh Bulsara, per gli amici Freddie Mercury appunto, si confronta con un personaggio che gli impone una sterzata rispetto a tanti luoghi comuni del recente passato. Una galleria di visi e volti con un denominatore comune. La maledizione di vite sgangherate. Alcol che scorre a fiumi e droga che getta lampi su giorni in chiaroscuro. Famiglie devastate. Chitarre stonate dalla voglia di farla finita. Tra esodi senza pace e quella goccia sempre di troppo. Addio stereotipi, insomma. Anche le laicissime divinità del pop possono avere i loro volti presentabili. E questo furono Brian May, Roger Taylor, Freddie Mercury e John Deacon che si aggiunse alla comitiva nel ’71. In una parola, i Queen, mai chiacchierati se non per quella bisessualità del loro elemento più rappresentativo ed eccentrico. Un ragazzo sorpreso e disorientato sul riconoscimento dei propri gusti sessuali. S’innamorò di Mary Austin e a lei rimase legato per tutta quella vita in cui impresari omosessuali lo travolsero in un’esistenza che finì per risucchiarlo nel vortice gay di anni in cui un male impietoso era in mortale agguato. E Mercury che, con quella tipa, stava per sposarsi si ritrovò in altri letti e altre feste. Il sentimento per quell’amore di gioventù non venne mai meno e oggi, che il calendario ha strappato per il ventisettesimo anno il foglio del giorno in cui Freddie se ne andò, Mary conserva la sue ceneri. Il segreto di una sepoltura misteriosa. La gestione della parte più cospicua del patrimonio. E la Fondazione a lui intestata.

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L’unico sgarro è costato carissimo a quel mito di milioni di giovani di ieri e di oggi. Ma è rimasto la sola occasione per aver cambiato strada. Dietro i Queen e il suo frontman non c’era maledizione né corruzione. E quella morte – alla quale il film accenna ma non insiste – è stata la fine di tutti. Non soltanto di quel protagonista tanto estroso quanto insuperabile, ma gli stessi superstiti, mai più stati loro stessi da quel 24 novembre 1991 in cui si spense l’ultimo respiro di “the voice” in rock. Giustamente, il regista non indugia sull’aspetto più drammatico di una vita che ha seguito il destino di tanti esuli approdati dall’India a Zanzibar, dove Freddie nacque nel ’46, e poi a Londra dove arrivò bambino al seguito della famiglia e del padre che lavorava nella segreteria di stato per le colonie. Famiglia e musica. Strade che si incrociarono. Volti che si sorrisero. Per Mercury era famiglia quella natale, ma lo era anche il gruppo cui legò il suo futuro artistico. E in questa chiave il film approfondisce la nascita dei brani che tutto il mondo continua a cantare da allora. Non semplice riproposizione, ma un’indagine che ne lascia emergere le varie fasi della genesi di successi come Another one bite the dust, Bohemian Rhapsody, Somebody to love, We are the champions, Radio Ga Ga. E l’elenco potrebbe non finire forse mai. In questo sta il valore aggiunto di un film che indubbiamente gigioneggia in un repertorio musicale che è stato il trionfo dei Queen, di Freddie Mercury e ora anche del loro ritratto cinematografico. Brani che sono garanzia di pubblico e applausi, ai quali sarebbe stato forse eccessivamente ingenuo rinunciare. E tra i pregi sta anche la scelta coraggiosa del regista nell’aver raccontato forse l’unica star educata del pop e del rock. È questione di mode e oggi sulla passerella del convenzionale sfila il maledetto, un po’ criminale. Anche stavolta Freddie Mercury è andato rispettosamente controcorrente.

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