tre1Un regista. Un’attrice. Un’aspirante attrice. Tre volti di oggi e di un cinema che stavolta non è autoreferenziale ma, attraverso se stesso, mette in luce la sofferenza di un’ambizione e l’angoscia di una ragazza soffocata nei suoi sogni da una società arretrata. L’individualità singolare e psicologica della prima si riflette quasi inevitabilmente nella collettività che fa da sfondo e contorno alla seconda ferita di carattere invece sociale. Tre volti di Jafar Panahi racconta l’Iran attuale lasciando ai protagonisti i loro nomi reali, tentando di legare la trama alla quotidianità e sfuggire alla finzione nella forse malcelata speranza di nobilitarne ulteriormente il contenuto. Un’affermata attrice persiana (Behnaz Jafari) riceve un video sul telefonino. In esso una ragazza, giovane promessa del cinema, riprende se stessa poco prima di compiere l’ultimo tragico gesto, in rivolta contro una famiglia che vuole sbarrarle la strada della recitazione per allevarla come contadina. La donna, scortata in auto dal regista, raggiunge la remota regione dove vive la fanciulla, per capire se veramente si è uccisa e scopre che è soltanto scappata di casa. Riesce a rintracciarla e, dopo un primo aggressivo confronto, cerca di interporsi come mediatrice tra lei, il padre e soprattutto il fratello, un manesco e brutale contadino, refrattario a ogni forma di istruzione. La via d’uscita sarà un accordo variamente interpretabile, come ogni forma d’intesa che si sforzi di accontentare tutti almeno parzialmente.

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Il viaggio, nelle sue diverse chiavi di lettura, è il motivo di fondo più evidente. Non è soltanto il concreto itinerario compiuto da Panahi e Jafari che pure, attraverso di esso, riescono a raccontare il Nordest dell’Iran attuale, una regione rurale dove fortissimo è il radicamento alla tradizione e soprattutto al lavoro della terra e all’allevamento degli animali, un mestiere ereditato e trasmesso da padre in figlio per generazioni. Non è tutto, però. Il viaggio è anche metafora di un cammino che l’intera collettività deve sviluppare per affrontare il progresso. L’approccio con questa porzione di Paese è anche un incontro con elementi linguistici diversi che in tanti casi ostacolano la comunicazione e la reciproca comprensione ed è al tempo stesso la consapevolezza di un apparato consuetudinario e ideologico che impone limitazioni e tende a separare anziché unire. La divisione marcata di uomini e donne costringe Panahi a trascorrere la notte all’addiaccio, la mancata regolamentazione stradale è frutto dell’idea di una popolazione che vive sperduta in una porzione remota di territorio. Le lacerazioni familiari contrastano con le credenze legate alla circoncisione. Tutto insomma è antiquato. Fermo. Ancorato all’arretratezza dei decenni passati, blindati dal nulla attuale. Ma non solo. Il viaggio è anche il percorso ideale di questo film che vuol sottolineare la condizione femminile e il potere dell’uomo in uno stato dove la strada da percorrere è ancora moltissima. Ne è un chiaro riscontro l’atteggiamento dell’attrice che aggredisce la piccola mitomane sentendosi presa in giro, ma presto comprende le prevaricazioni cui la giovane è sottoposta in un quadro che sottolinea pure le differenze fra la donna matura di città e la ragazza cresciuta in campagna. Contraddizioni stridenti che si leggono anche dallo spunto che agita la trama. Il telefonino in un arretrato ambiente rurale è l’espressione tecnologica che ribalta la società contadina del passato sconvolgendo persino il tempo e la comunicazione. L’artificio del filmato spedito dalla giovane mette in luce un’evoluzione tecnologica e sociale che stride con la retrograda comunità al confine con la Turchia.

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Quello di Jafar Panahi è un ritratto senza filtri, come da consuetudine di un regista che ha pagato di persona il prezzo di aver mostrato il suo Paese al di fuori dell’ufficialità. Nel 2010 fu infatti condannato a non girare alcun film per sei anni, pena la carcerazione. Le riprese di Taxi Teheran si svolsero in clandestinità e, nonostante questo, il film riuscì a raggiungere l’orso d’oro al Festival di Berlino. Tre volti è il primo lavoro di Panahi dopo aver scontato la sentenza dei giudici. Un’opera coraggiosa che ricalca in parte la stessa tecnica del precedente. In entrambi il protagonista è alla guida di un’auto e in tutti e due i contesti lo scopo è quello di raccontare il proprio Paese, attingendo alla società e alle sue espressioni. Se dal taxi scendevano e salivano i personaggi più diversi che contribuivano a ricreare un quadro dell’Iran cittadino, in Tre volti l’attenzione si sposta lontano dalla metropoli. Tutti e due i titoli, infine, sembrano i documentari che non sono, anche se l’ultima fatica prende le mosse dall’attualità – la ricerca dei fan ai loro beniamini attraverso internet – e da un messaggio regolarmente ricevuto dal regista. Il passaggio successivo è stato costruirvi la sceneggiatura partendo da un’esperienza personale applicata all’uso dei social e condivisa con l’attrice di maggior carisma sulla scena cinematografica iraniana.

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