caste2Non ho mai costruito il castello di vetro, però è stato bello progettarlo

 

Erano gli anni in cui papà è un mito. Anche se è un tipo eccentrico. Irascibile. Se i giorni puzzano di alcol. E la vita è bizzarra come il calcio di un mulo che cammina all’indietro. Per Jeannette, quell’uomo che la chiamava “capretta delle nevi” e la riempiva di dispettucci, era un dio. Aveva venduto l’aureola per un goccio di whisky, ma nessuno è perfetto. E nemmeno quando la puniva riusciva a odiarlo perché non smetteva di ricordare quella sera a Natale. Distesi in terra a guardare il cielo. “Scegli una stella” le disse. Ma la piccola non sapeva. Non capiva che quello era il suo regalo. Perché le tasche erano vuote e non c’era nemmeno un nichelino. “Quando le cianfrusaglie degli altri saranno rotte e dimenticate, tu avrai comunque la tua stella“. Non poté mettergliela sotto l’albero perché nemmeno l’albero c’era. La vita degli spiriti liberi è così. Un’odissea senza sosta dove anche l’orgoglio va a farsi benedire e i repentini ritorni dai genitori annacquano il sapore del fallimento. Quando non si ha una casa, ovunque è casa. E quell’uomo lo sapeva bene. Aveva provato a spiegarlo alla sua piccola Jeannette, ma quando si cresce papà smette progressivamente di essere il mito dell’infanzia. Diventa un disperato e per lei, come per i suoi fratelli, era il porto da dove salpare al più presto. Poi il caso volle che tutti finissero nella Grande Mela. I ragazzi riuscirono a costruirsi una vita con i soldi di un porcellino rotto troppo tardi. I genitori divennero i bachi. Lei li scorse una sera in un viottolo a frugare tra la spazzatura e fece finta di non riconoscerli. Si vergognò di dire la verità al fidanzato e s’inventò che quel dannato papà era un ingegnere che studiava come riciclare il bitume. Invece aveva speso la vita a progettare un castello di vetro. Ma non riuscì mai a costruirlo.

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In definitiva, si è quello che si è sempre stati. E nemmeno Jeannette, per quanto ci avesse provato, era riuscita ad affrancarsi da quelle origini. Il castello di vetro di Destin Daniel Cretton è la storia di una famiglia, perché ogni famiglia ne ha una. E gli Wells non si sono persi nell’oceano dell’oblio proprio grazie alla loro piccolina che, quando è diventata grande, ha deciso di fare la giornalista. E il castello di vetro che non è mai nato – ovvero la loro casa dei sogni – è diventato invece un libro, pubblicato in Italia da Piemme. Ha raccontato come papà Rex (Woody Harrelson del recente Tre manifesti a Ebbing, Missouri) volesse enormi pareti trasparenti per guardare il cielo e regalare una stella alle sue bambine. Prima di Jeannette ne prese una per Lori. E altre ne avrebbe prese per Brian e Maureen. Rose Mary (Naomi Watts che è stata Diana e ha recitato in Birdman) era invece la compagna, odiata tra i fumi di un’ubriachezza spesso molesta, ma amata nei momenti di lucidità. Quanti fossero è impossibile contare e forse nemmeno importa. Perché quella dei Wells è stata una vita sotto il cielo. Con una sola morale. Si è quello che si è sempre stati. E Jeannette se ne rende conto quando ormai tutto è compiuto, ma non è impossibile indietreggiare. Si può sempre tornare a essere se stessi. Compiere quel passo che separa l’autentico dal falso. Ritrovarsi. Anche tra le pieghe di un cumulo di spazzatura nei bassifondi di una New York che luccica e odora di sere raffinate.

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Il castello di vetro è un album di famiglia da sfogliare con gli occhi e finisce come le storie vere che il cinema racconta così spesso di questi tempi. Una carrellata di foto di “come eravamo”. Pardon, com’erano. E gli Wells erano i figli dei fiori più puri. Non c’era niente di malvagio in loro se non quell’anelito a sentirsi liberi che consentiva loro di dormire all’addiaccio in un deserto o scavare a mani nude nella spazzatura con la stessa disinvoltura. Il film di Cretton, un hawaiano di 39 anni che si sta affacciando a Hollywood, ha il garbo della nostalgia e la struggente malinconia per gli hippy che oggi trovano posto soltanto nell’idealismo del museo degli anni perduti. E dai Sessanta a oggi si sono dissolti anche loro. A dominarne il tessuto tematico c’è il sentiero non modificabile delle origini. Una sorta di casa in cui è impossibile non tornare perché per quanto sia ammissibile lo sforzo per tentare un distacco, il completo rinnegamento della provenienza è impossibile. “Non sarà un anello a trasformarti in quello che non sei, Jeannette” le dice la madre dopo aver saputo delle imminenti nozze della figlia. E sembrano parole gettate a caso nel vortice della logorrea. Invece è il senso della vita. Una barca sulla quale navigare verso mari sconosciuti ma destinata a ritrovare gli approdi consueti. Anche se un giorno avranno il sapore di un ricordo amaro che non conosce il rischio di impallidire. E la vicenda degli Wells, in questo senso, è quella di tutti. Si prova a essere quello che non si è. Perché la sfida è dimostrare a un mondo chiuso in un cassetto che si è stati capaci. Oltre quella frontiera del diverso da noi stessi però è impossibile rimanere. Per questo il ritorno non pesa. Porta il sorriso, anche se è a denti stretti. Anche se il castello di vetro è rimasto un miraggio. Anche se tanti errori hanno avvelenato i giorni. Anche. Nonostante.

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